Quali sono le caratteristiche che una donna in carriera deve possedere? Quali le competenze? Determinazione, autostima, capacità di ascolto e sicurezza in sé stessa non devono mai mancare, ma acquisire queste qualità non è sempre facile e, forse, qualcosa possiamo imparare anche dal mondo del cinema, osservando alcune donne in carriera “modello” entrate a far parte dell’immaginario collettivo.

Si, perché anche un film può essere utile per imparare a gestire inevitabili conflitti con i colleghi di lavoro, per tirare fuori il meglio dalla competizione con le colleghe donne, per tenere a bada un capoufficio arrogante senza mettere a rischio la carriera.

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È proprio per questo infinito potere del grande schermo che, se pensiamo al ritratto ideale della donna in carriera, ci vengono in mente alcune delle più celebri protagoniste del cinema.

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Partendo dalle pellicole più recenti, non si può non citare “Il diavolo veste Prada” del 2006: in questo caso le donne in carriera sono due, interpretate da Anne Hathaway e Meryl Streep, agli antipodi non solo per età ed esperienza ma anche per il coinvolgimento nel settore lavorativo protagonista del film, la moda. Gli ingredienti tipici di un ufficio al femminile ci sono tutti: un boss donna esigente all’inverosimile, una collega disposta a tutto pur di arrivare, una giovane ultima arrivata che si troverà di fronte a una scelta difficile e dovrà capire quanto è disposta a sacrificare pur di fare carriera.

Facendo un passo indietro arriviamo fino al 2000 con “Erin Brockovich“, eroina moderna interpretata da Julia Roberts. Una giovane mamma che deve lavorare per mantenere la famiglia ma non per questo è disposta a farlo nel peggiore dei modi, senza metterci passione e senza mettersi in gioco, paladina di una causa importante facendo guerra a un colosso aziendale pur di difendere i diritti di oltre 600 persone.

Arrivando fino agli anni ’80 troviamo Melanie Griffith nei panni di “Una donna in carriera“, pellicola del 1988 incentrata sul percorso della giovane e brillante segretaria Tess che, grazie alla sua intraprendenza e voglia di fare strada, riesce ad arrivare al successo in breve tempo vincendo una dura battaglia contro un capo donna “ladra” di idee che incarna tutte le qualità peggiori che un boss può avere. La morale è un po’ troppo scontata, ma piace a tutti pensare che la bella segretaria intelligente e onesta fa carriera e sposa l’ex della sua rivale.

Con “Baby Boom” del 1987, invece, si affronta un tema molto delicato: le difficoltà nel conciliare lavoro e famiglia e la discriminazione verso le lavoratrici mamme. Diane Keaton è una manager di successo che, all’improvviso, deve occuparsi di una neonata rimasta senza parenti prossimi. I problemi non mancano, compreso il tentativo del datore di lavoro di metterla in secondo piano perché non più efficiente come prima e disposta a lavorare 24 ore su 24. La scelta della protagonista è un inno all’imprenditoria femminile vista come grande risorsa per le mamme lavoratrici: cambiare carriera, inventarsi un nuovo mestiere, dedicarsi alla piccola e trasferirsi in campagna per avviare un’impresa in proprio dedicata al mondo dell’infanzia.

Ultimo, ma solo in ordine di tempo, è il film del 1980 “Dalle 9 alle 5, orario continuato“, una celebre pellicola con un cast d’eccezione (Jane Fonda e Dolly Parton) dedicata al mondo delle segretarie tuttofare spesso sottovalutate ma in grado, da sole e soprattutto grazie all’assenza del classico direttore maschilista, di mandare avanti un intero ufficio. Anche in questo caso non mancano spunti di riflessione utili per capire come, anche nel mondo del lavoro, l’unione fa la forza e il lavoro di squadra può portare molti benefici, e per tutti.

Fonte: Third Age