Il lavoro femminile, soprattutto a certi livelli, è spesso legato a un determinato tipo di abbigliamento. Questo discorso vale a maggior ragione per le professioni che prevedono un contatto con il pubblico, e le cui operatrici si vedono sovente costrette a indossare divise o abiti molto formali, che alla lunga possono risultare troppo vincolanti. Come fare, allora, per svincolarsi da certe noiose formalità dando libero sfogo alla creatività anche nel vestire? La soluzione si colloca a monte e riguarda la scelta, laddove possibile, di una professione libera.

Esistono sei tipologie di lavoro che non impongono un dress code eccessivamente formale, ma che anzi consentono al gentil sesso di scegliere con libertà forme e colori. Ecco le sei professioni una per una.

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Quasi ovvio che una fashion designer possa vestirsi come le pare, dettando la moda in maniera pionieristica: per svolgere questo mestiere occorre però un titolo di studio specifico, che attribuisca le necessarie competenze, sommate magari a nozioni di marketing e business, per sapere come proporre le proprie creazioni al pubblico.

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Anche la fotografa possiede un discreto margine di originalità nel vestire, ma si rende necessario un distinguo: chi lavora con la macchina fotografica a livello commerciale o giornalistico, avrà meno discrezionalità nel vestire rispetto a chi lavora in uno studio di piccole dimensioni o addirittura in proprio. Il picco di libertà nel vestire pare sia concesso ai fotografi che viaggiano spesso, per i quali l’abbigliamento libero e confortevole è la migliore scelta per motivi di comodità.

Chi si occupa di comunicazione pubblicitaria deve essere in grado di presentarsi in maniera consona al ruolo: sì alla libertà nel vestire, ma senza mai cedere alla sciatteria. Chi cura l’immagine altrui deve a maggior ragione curare la propria, quindi la creatività in questo caso deve andare di pari passo con l’eleganza. Si può perciò parlare di una sorta di “briosa eleganza”. Chi invece può permettersi una libertà quasi totale è la speaker radiofonica: per questa professione il veicolo è la voce, il resto importa poco, quindi si può scegliere un look confortevole e morbido.  Anche la scrittrice può vestirsi come vuole, visto che di solito lavora a casa: è l’unica che volendo può permettersi di lavorare in pigiama.

Un profilo lavorativo da annoverare tra quelli a più alto tasso di libertà nel vestire è quello relativo all’ingegneria informatica: il settore presenta infatti livelli di competizione talmente alti che le imprese badano esclusivamente al talento, concedendo in cambio la possibilità di presentarsi in ufficio come si vuole, o quasi. Ma è davvero così, o anche il settore informatico si sta adeguando a standard di abbigliamento più formali?

Secondo uno studio condotto dalla società di ricerca e selezione di personale qualificato  Robert Half International, vestire casual può nuocere alla carriera.  La società ha infatti intervistato 1400 responsabili IT (information technology) di imprese americane: ebbene, il 76% dei manager ha ammesso di prediligere coloro che vestono in maniera più formale quando si tratta di promuovere i propri collaboratori. Carlo Caporale, Associate director di Robert Half, commenta così questi dati:

«L’organizzazione aziendale è ormai prevalentemente piatta e quindi può capitare a chiunque di relazionarsi con il top management, oppure con clienti, fornitori, rappresentanti delle istituzioni.»

Insomma, l’abbigliamento formale attribuisce maggiore credibilità in ogni situazione. L’eleganza, seppure stemperata, pare destinata a non passare mai di moda.   

Fonte: Jobs Aol