Festa della donna: ha senso oppure no? In Italia abbiamo un certo talento nel dividerci anche su questioni che dovrebbero raccogliere un consenso più generale. E se il prossimo 17 marzo scopriremo una buona volta chi festeggerà l’unità nazionale, chi ne resterà indifferente e chi addirittura preferirà il santo patrono d’Irlanda, l’otto marzo da molti anni raccoglie le più disparate ragioni del sì e del no. Vediamone alcune.

  • Le ragioni del sì
Galleria di immagini: Otto marzo cento anni

È internazionale. L’otto marzo prima di tutto non è una festa e basta (come può essere San Valentino) ma una Giornata Internazionale, di cui ricorre il Centenario, promossa anche dall’Onu, ufficialmente dal 1977, per riconoscere “gli sforzi della donna in favore della pace e la necessità della loro piena e paritaria partecipazione alla vita civile e sociale”. Quindi tutti i popoli che si riconoscono nella comunità internazionale e nelle giornate di sensibilizzazione dovrebbero parteciparvi senza remore, anche perché siamo lontani dalla parità tra i sessi in molte parti del mondo.

È legata ad una tragedia storica. Nel marzo del 1911 alla “Triangle Shirtwaist Company” di New York, che produceva camicette, scoppiò un incendio: nel rogo morirono 129 donne, tutte camiciaie immigrate, molte delle quali (questo spesso non viene detto) italiane. I proprietari avevano chiuso le donne a chiave dentro la fabbrica per timore di furti e non si preoccuparono di liberarle. Molte, nel disperato tentativo di sfuggire alle fiamme, si lanciarono dal decimo piano. Alcune di quelle operaie erano ragazzine meno che adolescenti e facevano turni massacranti di 14 ore al giorno.

La prima volta delle femministe fu nell’Italia democratica. La prima volta che l’otto marzo tramutò da festa di tipo sindacale a giornata di festa delle donne più in generale fu nel 1946, lo stesso anno del voto alle donne per la scelta repubblica/monarchia e per la costituente. Un momento storico in cui le donne diventarono determinanti nella società.

  • Le ragioni del no

È una festa del tutto commerciale. L’8 marzo è ormai più simile a San Valentino e al Natale che non ad una ricorrenza storico-sindacale. Spesso la festa di riduce a un innalzamento dei prezzi delle mimose e ad una cena con le amiche. Un business per fiorai, locali e ristoranti.

La posizione sociale delle donne è notevolmente mutata. Molte donne pensano che l’emancipazione femminile abbia ottenuto nel ‘900 risultati straordinari, almeno nell’Occidente, e oggi festeggiare la donna nel senso storico di questa data ha un sapore paradossalmente tradizionalista invece che aggiornato sulla condizione femminile.

È spesso strumentalizzata politicamente. L’otto marzo è senza dubbio una ricorrenza dal forte sapore politico (anche se non sempre partitico), a causa dell’egemonia del pensiero femminista negli anni centrali del secolo scorso. Questo ha lentamente allontanato chi non ha mai condiviso quei punti di vista fino a considerarla una festa per qualcuno e non per tutti. Inoltre, i fatti recenti della politica italiana l’hanno trasformata nell’ennesima occasione di referendum pro e contro Berlusconi, banalizzandola un po’.