È iniziata una nuova battaglia. Questa volta sul banco degli imputati c’è il colore rosa, reo di essersi caricato nel tempo di uno stereotipo di genere dannoso per il sesso femminile. In pratica sarebbe sinonimo di debolezza, superficialità e attenzione solo alle apparenze.

Repubblica ha infatti segnalato la campagna inglese “Io non sono una principessa“, che propone di boicottare, soprattutto in vista del Natale, tutti iprodotti rosa, dai vestiti ai giocattoli e ai libri. A promuoverla è l’associazione Pinkstinks (letteralmente, il “rosa puzza”, meno letteralmente, il “rosa fa schifo”) delle due sorelle Abi Moore, ex giornalista della Cnn, ed Emma Moore, amministratrice di una società di assistenza all’infanzia, che hanno ricevuto da subito il sostegno del sottosegretario alla giustizia inglese Bridget Prentice.

Per la loro causa riportano esempi come questa email scritta da un papà:

“In quanto padre di due piccole bimbe di 3 anni e 8 mesi, mi sento frustrato per la costante lotta per trovare giocattoli e, più importante ancora, libri, che vadano oltre la sfera delle principesse e delle fatine (tutte le quali sembrano avere come unico interesse quello di trovare un principe, indossare bei vestiti e sposarsi”. Andrew Kinmont.

Alla loro lotta danno man forte i risultati di un sondaggio Mintel, secondo cui nel Regno Unito il 60% delle bambine tra i 7 e i 10 anni utilizza il lucidalabbra, più del 40% l’ombretto o dell’eye liner, il 25% del mascara e il 60% del profumo. Per il 73% delle adolescenti tra i 15 e i 17 anni i problemi più sentiti sono l’aspetto fisico e il peso. I modelli di riferimento sono David e Victoria Beckham e Paris Hilton per il look, e inoltre tutte sognano di diventare famose.

Riassumendo, se le bambine si truccano come le adulte, se le adolescenti diventano anoressiche sognando la taglia 38 e se le donne ambiscono a diventare veline e a sposare un calciatore, la colpa è del colore rosa. Sicuramente è una provocazione per portare al centro del dibattito i valori e le capacità personali. Ma neanche tanto, visto che la loro pagina di facebook ha già raggiunto ad oggi i 6.900 fan pronti a far sparire questo colore. Ma, tutto sommato, piuttosto che scegliere se stare dalla parte delle Barbie o da quella dei maschiacci, la terza via è sempre più ragionevole: non è detto che i valori non possano sposarsi con l’estetica.

Mi sembra giusto difendere i ricordi di quel gruppo di donne che da bambine, ogni volta che dovevano scegliere il colore di una bici o di un piumone o della cartella, rispondevano “losa”. Per molte di loro la vita non è tutta “rosa e fiori”, ma un caleidoscopio di esperienze formative, legate in primo luogo alla famiglia e un arcobaleno di risultati che spuntano dopo sacrifici, scelte e impegno per diventare quello che sono. O no?