In Italia sempre più medici rifiutano di applicare la pratica dell’aborto non condividendo la legge 194 sull’interruzione volontaria della gravidanza. La ong International Planned Parenthood Federation European Network (Ippf En) presenta il problema al Comitato europeo per i diritti sociali del Consiglio d’Europa con un ricorso, sostenendo che l’alto numero di obiettori non rispetta il diritto delle donne alla salute e quello a non essere discriminate.

L’Ippf En sostiene nel suo ricorso che la violazione della Carta sociale è contenuta nell’articolo 9 della legge che, nel regolare l’obiezione di coscienza degli operatori sanitari, non indica le misure concrete che gli ospedali e le Regioni devono attuare per evitare a coloro che decidono di non voler proseguire la gestazione un dispendio economico per recarsi in ospedali pubblici di altre città, o in strutture private.

Nelle regioni meridionali si concentra la maggioranza dei ginecologi obiettori: al primo posto il Molise (85,7%), seguito poi dalla Basilicata (85,2%), Campania (83,9%) e Sicilia (80,6%). Ma anche altre discipline si lasciano coinvolgere: anestesisti dal 45,7 per cento al 50,8 per cento, e tra il personale non medico dal 38,6% del 2005 al 44,7% nel 2010.

Il Comitato, ad oggi, ha accettato il ricorso e concesso al Governo italiano meno di un mese di tempo per formulare le proprie argomentazioni alle quali, entro il 17 gennaio l’Ippf dovrà rispondere. Nel frattempo Silvana Agatone, presidente della Libera associazione ginecologi per l’applicazione della l.194, con la quale la ong ha collaborato per la presentazione del ricorso, prova a suggerire una possibile soluzione al problema “prendendo più ginecologi a contratto, o applicando in modo diverso le norme sulla mobilità del personale sanitario. Capita infatti che vengano trasferiti da un ospedale all’altro, anche in regioni diverse, i ginecologi non obiettori. Perché non fare il contrario? Cioè spostare, anche una sola volta, un ginecologo obiettore, così da far riflettere coloro che scelgono l’obiezione più per motivi di comodo che per reale convinzione”.