Gianna Jessen è l’unica donna sopravvissuta a un aborto salino, che consiste nell’iniezione di una soluzione salina nell’utero della madre, ingerita dal feto provocandogli ustioni sia interne (agli organi) che esterne con conseguente cecità e morte. Il feto viene poi partorito morto entro 24 ore.

Per Gianna Jessen però, la morte non è sopraggiunta ed è nata viva dopo 18 ore nonostante il tentativo di aborto. Avrebbe dovuto essere cieca, gravemente ustionata, lesionata e sorda, ma nulla di ciò è accaduto. L’unica problematica è stata una paralisi cerebrale e muscolare dovuta alla carenza di ossigeno a causa dell’aborto. Ma Gianna è riuscita a superare anche questo e oggi cammina senza l’ausilio di un tutore.

La Jessen è nata nel 1977 a Los Angeles, in una clinica abortista. I genitori avevano appena diciassette anni e decisero di non tenere la bambina, si rivolsero così a un medico abortista che consigliò loro l’iniezione salina e così fecero. La madre era al settimo mese di gravidanza ma l’aborto non ebbe esito positivo e Gianna nacque viva, pur pesando solo nove etti. Una grande fortuna fu l’assenza del medico abortista in clinica, nessuno si sarebbe mai aspettato che la bambina potesse nascere viva.

Gianna rimase poi in ospedale per tre mesi, dopodiché venne adottata dalla figlia della sua madre adottiva, Diana De Paul, e grazie al suo aiuto e quello dei fisioterapisti la Jessen ha iniziò a camminare. Questa storia è diventata nota quando Gianna è stata invitata dal senatore Ted Harvey a svelare la sua storia ai componenti del Senato, in più è stata ascoltata anche alla Camera dei Comuni dell’UK e al Congresso degli Stati Uniti d’America. Di sicuro questa donna, nonostante tutto, oggi è piena di vita e porta avanti la sua lotta contro l’aborto nonostane le sue mille difficoltà, mentre afferma di essere la “bambina di Dio” e pertanto intoccabile.

La testimonianza di Gianna è molto delicata e sofferta, tuttavia è la stessa protagonista di questa vicenda a esortare le donne a non non pensare solo ai loro diritti ma anche a quelli del bambino che portano in grembo e, per qualche ragione, non desiderano tenere.