Secondo recenti studi in campo ginecologico, è necessario confermare la diagnosi di aborto spontaneo con accertamenti più approfonditi nelle prime settimane di gravidanza.

Per verificare un aborto spontaneo, infatti, è bene prestare la più grande attenzione monitorando lo stato di una donna in gravidanza, assicurandosi che quella che potrebbe sembrare un’anomalia agli occhi della prima ecografia, in realtà non sia una gestazione del tutto normale.

I ricercatori dell’Imperial College e della Queen University di Londra, assieme agli studiosi dell’università Katholieke di Leuven, in Belgio, hanno riscontrato che gli attuali criteri per accertare la diagnosi di aborto spontaneo non sono sufficienti.

Si rischia, infatti, di scambiare per aborto una gravidanza alle prime settimane con caratteristiche diverse dal solito: in questo modo si procede ai normali interventi di pulizia dell’utero, senza però che l’aborto sia effettivamente avvenuto. Il problema è riconoscere in modo adeguato alcuni parametri tipici, che si “misurano” attraverso l’analisi della sacca ovulare, la lunghezza e il battito cardiaco dell’embrione.

Le linee guida presentate dalla SIEOG, Società Italiana di Ecografia Ostetrico Ginecologica e Metodologie Biofisiche per la diagnosi di aborto interno, si basano su alcuni parametri riscontrabili attraverso l’ecografia: la camera gestazionale è uguale o superiore ai 20 mm, ma l’embrione non è visualizzabile; l’embrione è di dimensioni superiori a 5 mm, ma con attività cardiaca assente.

Tuttavia, sia secondo la SIEOG, sia secondo gli studi pubblicati su “Ultrasound in Obstetrics and Gynecology”, una sola ecografia non basterebbe ad accertare l’aborto. È possibile, infatti, che l’embrione e la sacca ovulare non crescano ai ritmi stabiliti oggettivamente e che le dimensioni della sacca gestazionale possano avere una variazione del 20% sui criteri di base.

Ciò è dovuto al fatto che la camera gestazionale inizia a essere evidente tra la quarta e la quinta settimana di gestazione, contando a partire dal primo giorno dell’ultima mestruazione. Ma, come è noto, non tutte le donne ovulano al quattordicesimo giorno, ma potrebbero ovulare più tardi e quindi la sacca gestazionale potrebbe assumere i criteri suddetti più tardi del previsto.

Bisogna quindi evitare che si scambino risultati ecografici di questo tipo, magari uniti a dolori e piccole emorragie, per un aborto spontaneo, procedendo al raschiamento o alla condotta di attesa e intervenendo su una normale gravidanza. Lanciato l’allarme, si stanno ridisegnando a livello internazionale i criteri con cui procedere per raggiungere una diagnosi certa di aborto spontaneo.

Di fronte a dati incerti, la cosa più semplice da fare è procedere a una seconda ecografia dopo sette/dieci giorni dalla prima. In questo modo si può vedere se l’embrione e la sacca ovulare stanno crescendo secondo i propri ritmi, oppure confermare l’avvenuto aborto.

Tuttavia è indispensabile non cadere in allarmismi esagerati. Questo studio è partito dall’Inghilterra e dal Belgio, ma già da parecchio tempo in Italia è prassi procedere a una seconda ecografia – unitamente a esami sierologici – dopo una settimana dalla prima, qualora le caratteristiche della sacca gestazionale e dell’embrione possano far sorgere dubbi.

È lo stesso presidente della SIEOG, Dario Paladini, a rassicurare su questo fatto, affermando che l’Italia rimane uno dei Paesi con maggior attenzione al problema; i ginecologi italiani si impegnano a seguire tale direttiva, per ridurre al minimo la possibilità di errore.

Fonti: SIEOG, Wiley