In Australia, patria delle opportunità, l’ultimo censimento ha stabilito il limite oltre il quale anche la donna più in gamba deve dire addio ai sogni professionali: il terzo figlio. Il numero di madri con uno o due figli che ancora lavorano è accettabile, poi il crollo. Quasi spariscono.

Nulla di cui sorprendersi, ovviamente: lavoro e maternità sono due compiti che sembrano fatti apposta per collidere, mettendo in difficoltà la donna che vorrebbe farli convivere. Quello che ha stupito i ricercatori, in questo caso, è il fatto che il terzo figlio comporta un addio che non ha più alcuna relazione con età e competenze: è di fatto un evento che prescinde da tutti gli altri e costringe ai margini, per sempre.

Se le madri che lavorano pur avendo due figli sono il 68 per cento, quelle con tre arrivano a malapena a una su due. La differenza più grande è tra le donne sotto i 30. Solo il 21 per cento delle madri con tre figli stanno lavorando, lontanissimo dal 41 per cento delle madri con due pargoli.

Le donne italiane che leggeranno questi dati potranno pensare “ma è tantissimo!”. Purtroppo gli australiani si preoccupano di statistiche che nel Belpaese sono ancora una chimera.

Basta pensare che di fronte a questi dati, l’autrice della ricerca raccomanda una riforma fiscale e l’aggiornamento professionale per frenare questo trend, mettendo in discussione persino il bonus-bebè e proponendo di destinare uguali risorse a progetti di reinserimento nel {#lavoro}.

In Italia, non riusciamo neppure a dare risposte a realtà terribili come le dimissioni in bianco dopo un’eventuale gravidanza, e gli ultimi dati sulla parità parlano del 24° secolo. Il massimo del welfare, sono i nonni.

Verrà il giorno in cui potremo scandallizzarci come gli australiani? Intanto, però, possiamo renderci conto di questo: la situazione del nostro paese non è scontata e non è da vivere fatalisticamente.