Giusto un paio d’anni per imparare a tenere in mano una matita, poi subito su un computer. E niente zaini pesanti e libri: subito eBook, libri elettronici. Impalpabili file dentro un lettore. Questa è la scuola che frequenteranno i bambini nati nel 2011.

Basta mettere insieme due notizie provenienti da due parti opposte del globo per comprendere come il fenomeno sia inarrestabile. Negli USA, nello stato dell’Indiana, i bambini delle elementari avranno la scrittura a mano come facoltativa. In Corea del sud, dal canto loro, vogliono eliminare i libri scolastici entro il 2015.

Ma una scuola dove non esiste più la scrittura è davvero una scuola? Pare di sì, anche perché nei secoli non abbiamo mai conservato tanto a lungo i supporti e le tecniche di apprendimento: dalle tavolette di cera all’inchiostro, passando per la stampa e la macchina da scrivere, la conoscenza è sempre stata molto tollerante e si perpetua con ogni mezzo.

Non c’è dunque ragione di credere che non lo si possa fare nei bit di un computer e dei suoi file. Eppure c’è anche una qualità fisica, dell’atto di scrivere, che fa una certa impressione immaginare possa scomparire quasi del tutto dalle abitudini dei {#bambini}.

Questa facoltà si chiama calligrafia (ancora oggi tenuta molto in considerazione, ad esempio, nell’ipertecnologico Giappone), ed esula dall’utilità: è un esercizio che allena la mente e la mano. In altre parole, esercitarsi a scrivere, nei bambini, forma la loro mente e la loro capacità trasformativa della realtà.

Lo scrittore Mauro Corona, nel racconto “La fine del mondo storto”, immagina un’umanità, alle prese con l’esaurimento del petrolio, che muore di stenti perché nessuno sa più accendere un fuoco, costruire una trappola. Insomma, usare le mani.

Pedagoghi e insegnanti, almeno negli Stati Uniti, invece sembrano tutti entusiasti e Karyle Green, provveditore nella contea di East Allen definisce la scrittura corsiva a mano persino “arcaica”:

“L’arte della scrittura a mano sta morendo, non si scrive più nulla così.”

Una visione netta che non incontra, però, le simpatie dei genitori dei bambini, che ci sono detti preoccupati per questa svolta, anche sulla base dell’esperienza professionale. In America, infatti, i test di ingresso in certe università e molti curriculum vitae valutano la buona grafia e una scrittura ordinata con punteggi più alti. Contraddizione che ha scatenato molti servizi e sondaggi delle televisioni.

La domanda sibillina di alcuni commentatori è inevitabile: non sarà che tutto questo c’entra col fatto che i docenti non hanno tempo né voglia di seguire i bambini in questa pratica? Il computer, dopotutto, basta accenderlo.