Adottare i bimbi di Haiti, ecco perché dall’Italia è più difficile

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L’attenzione mediatica di questi giorni sul violentissimo terremoto che ha spazzato via la capitale haitiana Port-au Prince, e con essa migliaia di vite, ha giustamente avuto un forte impatto emotivo su tutti noi, spingendoci verso un desiderio di aiutare, anche da lontano e per quanto possibile, quelle popolazioni.

Sappiamo che per farlo esistono diversi modi: il più rapido, il più semplice, quello cui tutti noi abbiamo facile accesso è certamente quello degli aiuti in denaro: è possibile versare tramite SMS o via Internet somme, magari anche di piccola entità, che rappresentano comunque un valido contributo.

Ma di fronte a queste tragedia c’è una categoria umana cui più di tutte le altre, inevitabilmente, viene da pensare: i bambini. È pensando a tutti quelli che sono morti così presto, senza aver nemmeno la possibilità di sperimentare la vita, di fare esperienze, di sbagliare, che percepiamo questa tragedia in tutto il suo orrore. Ma accanto a quei piccoli innocenti travolti da un destino atroce ce ne sono tanti altri non meno sfortunati, seppure ancora vivi: sono tutti quei bambini che sono usciti vivi da sotto le macerie, e che ora si ritrovano senza famiglia, senza casa, senza soldi, soli al mondo.

Ma anche questi bambini possono essere aiutati: possiamo adottarli a distanza, una maniera relativamente facile, perché l’unica cosa che richiede è un tantum da versare ogni mese (e si tratta di cifre irrisorie, che per un bambino della stessa età qui spenderemmo in un giorno o meno).

Oppure c’è un altro modo, che ha a che fare con una vera e propria scelta di vita, radicale e definitiva. E che corrisponde al salvare in concreto una vita, non una qualunque, ma quella di un bambino nello specifico, in carne e ossa, regalandogli non solo la sopravvivenza, ma la chance di un’esistenza totalmente diversa, in un Paese che è ancora uno di quelli ricchi del mondo, in un luogo in cui poter studiare, avere una casa, una famiglia, e un domani un lavoro, un futuro.

Sto parlando dell’ adozione. Sono tante le coppie che in questi giorni ci hanno pensato ( e infatti le richieste giunte alle istituzioni competenti sono nell’ordine di migliaia). Magari coppie che, non potendo avere figli, ci stavano già riflettendo su, e che adesso hanno ricevuto una motivazione in più, l’imput finale verso quella scelta.

E tuttavia, mentre nel resto del mondo si è aperta una vera e propria corsa all’adozione dei bimbi di Haiti ( i primi negli USa, ma moltissimi saranno adottati dalla Francia, dove è ancora forte il elgame con l’ex colonia), in Italia la situazione è ben più complicata: il perché lo spiega bene Fiammetta Magugliano, presidente dell’associazione Nova, l’unico ente autorizzato ad effettuare adozioni da Haiti in Italia, in un articolo pubblicato sul quotidiano La Stampa

Abbiamo operato per cinque anni nell’isola, dal 2002 al 2007, facendo entrare in Itallia 39 bambini, poi abbiamo deciso di non essere più operativi lì. Abbiamo incontrato difficoltà insormontabili da un punto di vista burocratico. Adottare è possibile solo sulla base di una documentazione riconosciuta a livello internazionale. Purtroppo ci siamo trovati in situazioni in cui non esisteva nemmeno lo stato di abbandono, il documento che ceritifca l’assenza di genitori o parenti, e quindi era impossibile mandare avanti la pratica.

ha spiegato la presidente.

Se vuoi aggiornamenti su Adottare i bimbi di Haiti, ecco perché dall’Italia è più difficile inserisci la tua e-mail nel box qui sotto:

  • http://www.matriz.it/ Mattia

    Molto meglio l’adozione a distanza. Non si strappano i bambini dalla loro terra e si permette una crescita del Paese del bambino.

  • http://f f

    no

  • Giuliana De Vivo

    Perchè non sei d’accordo, “f”? Io trovo invece giusta l’osservazione di Mattia, sarebbe bello se questi bimbi riuscissero a crescere serenamente e magari anche con una buona istruzione nel loro paese d’origine, in modo tale da essere in grado, una volta divenuti adulti, di mettere la propria conoscenza al servizio del miglioramento del luogo natìo..Certo è un punto di vista un po’ da sognatori, perchè sappiamo bene che una sola persona non può da sola cambiare una Nazione, però…

  • Polly

    L’Italia,l’Italia…sempre problemi dall’Italia…

  • Giuliana De Vivo

    La normativa italiana, caro Mattia, ti dà ragione: la legge 184/83 prevede infatti che si possa adottare solo previo accertamento dell’inesistenza di alternative meno traumatiche, per il bambino, di un trasferimento lontano dalla terra d’origine. Eppure, nel mondo politico e delle associazioni umanitarie c’è chi, almeno di fronte alla tragedia haitiana, ha espresso una posizione differente: Alessandra Mussolini, ad esempio, si sta muovendo per fare in modo di velocizzare l’accoglimento in Italia dei bambini rimasti senza genitori, e Maria Burani Procaccini, della Fondazione movimento bambino (Fmb), sta premendo per ottenere la possibilità di attivare degli affidi temporanei, e a questo scopo sta anche tentando di convincere il Ministro degli esteri Franco Frattini affincè emetta un provvedimento di emergenza. Che ne pensate di questi affidi “a te mpo determinato”? Una cosa simile, se non erro, la si fece ai tempi di Chernobyl.

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