Il 1 dicembre 2010 è la Giornata mondiale della lotta contro l’AIDS. Dopo circa trent’anni di ricerche, scoperte e passi in avanti, resta ancora un enorme ostacolo da abbattere che riguarda, purtroppo, una quantità intollerabile di bambini: il contagio da madre a figlio.

E se attraverso tanti studi recenti si viene a sapere che creare una generazione futura per la quale l’AIDS non rappresenti più un pericolo è possibile, i dati effettivi che riguardano una buona parte della popolazione mondiale sono tutt’altro che rassicuranti.

Secondo il nel rapporto “Children and AIDS: fifth stocktaking report”, realizzato da Unicef, Oms, Unfpa, Unesco e Un AIDS, milioni di donne e bambini sono ancora del tutto estromessi dalle possibilità offerte dai nuovi farmaci che combattono la malattia, sottolineando l’esistenza di una disparità tra differenti aree del pianeta alla quale bisogna far fronte.

Per ottenere l’obiettivo di una generazione libera dall’AIDS dobbiamo fare di più per raggiungere le comunità più colpite. Ogni giorno, circa 1.000 bambini in Africa subsahariana contraggono l’Hiv attraverso la trasmissione da madre a figlio.

Questo è quanto affermato da Anthony Lake, direttore generale dell’Unicef, che ha illustrato la realtà africana mostrando cifre sconcertanti. L’AIDS è una delle principali cause di mortalità neonatale, ma anche nelle donne in gravidanza, nonostante dal 2008 al 2009 sia aumentata la percentuale delle future mamme che hanno fatto uso di farmaci antiretrovirali.

Portare medicinali efficaci alle popolazioni finora tagliate fuori è possibile? Le associazioni umanitarie si stanno prodigando per questo scopo, cercando di abbassare drasticamente il numero dei neonati sieropositivi, che senza cure specifiche sono destinati quasi sempre a non sopravvivere oltre i due anni.