Alì ha gli Occhi Azzurri è la seconda prova cinematografica del regista Claudio Giovannesi che torna al Festival Internazionale del Film di Roma con una pellicola in concorso, dopo essersi guadagnato nel 2009 la menzione speciale della giuria nella sezione L’Altro Cinema-Extra con l’apprezzato documentario sui temi dell’immigrazione Fratelli d’Italia. Il regista romano affronta di nuovo la sfida del lungometraggio dopo l’esordio datato 2009 con La Casa sulle Nuvole, vincitore di molti premi tra cui quelli del Brussels Film Festival e del MedFilm Festival.

Galleria di immagini: Alì ha gli Occhi Azzurri

Per Alì ha gli Occhi Azzurri, Giovannesi ha scelto di utilizzare un cast di attori non professionisti. Il protagonista Nader Sarhan, figlio nella pellicola come nella realtà di Cesare Hosny Sarhan e Fatima Mouhaseb, aveva già collaborato con il regista in occasione del documentario del 2009 come protagonista del racconto del terzo episodio in esso contenuto; alla base della sua storia, la quotidianità vissuta all’interno della scuola da lui frequentata attraverso gli occhi di un italiano di origine non italiana.

Nader, adolescente nato a Roma da una famiglia egiziana, trascorre sette giorni con l’amico Stefano lontano da casa come dispetto nei confronti dei genitori; infatti, i due non vogliono che il ragazzo frequenti Brigitte, coetanea italiana con il quale vorrebbe fidanzarsi, a causa delle differenze culturali che ci sono tra le due famiglie. A turbare il legame tra i due amici sono le sempre più pressanti dimostrazioni d’interesse da parte di Stefano nei confronti di Laura, sorella di Nader, che costringeranno proprio il ragazzo a rivedere le sue convinzioni.

Con Alì ha gli Occhi Azzurri, Claudio Giovannesi si lascia andare a un sentito viaggio all’interno della realtà di un giovane immigrato di seconda generazione, costretto a fare i conti con le sue radici e con le sue convinzioni in una lotta interna che non può che creare un tormento di proporzioni epiche all’interno della sua giovane mente. Un ritratto doloroso e al contempo sensibile, in grado di sottolineare in maniera estremamente azzeccata il duro percorso d’integrazione che, nonostante la voglia e l’esigenza di diventare parte integrante del tessuto sociale della propria realtà, Nader affronta con tutte le difficoltà del caso e con un’autenticità che contribuisce a rafforzare il senso di inadeguatezza e drammaticità di cui le immagini che scorrono sullo schermo sono profondamente imbevute.

C’è molto realismo nella pellicola di Giovannesi, sensazione amplificata anche dalla scelta di utilizzare persone realmente provenienti dagli ambiti raccontati con sentimento nel film-documentario che racchiude in sé un intelligente mix di elementi salienti, dalle difficoltà culturali dell’integrazione a quelle legate a un’età particolarmente complessa come quella dell’adolescenza, il tutto su uno sfondo duro come quello dell’estrema periferia capace ancor di più di fungere da immensa cassa di risonanza.