Almanya – La mia famiglia va in Germania”, film diretto dalla giovane regista tedesca Yasemin Samdereli scritto a quattro mani con la sorella Nesrin, giunge oggi nelle sale cinematografiche italiane dopo la presentazione fuori concorso dello scorso febbraio al 61° Festival del Cinema di Berlino. Accolta con favore dalla critica e dal pubblico tedesca, la pellicola affronta con garbo e allegria il tema dell’emigrazione turca in Germania nella seconda metà del ‘900, giocando in maniera divertente tra passato e presente.

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Il cast, tutto rigorosamente di origine turca, gioca perfettamente con le situazioni messe a punto dal duo femminile alla sceneggiatura che, senza farne troppo mistero, hanno rielaborato e raccontato sotto forma di commedia i ricordi dell’infanzia vissuta a Dortmund in una tranquilla e aperta famiglia turca. Un esordio cinematografico, quello di “Almanya”, lontano dai cliché di altri precedenti lavori sul tema, incentrati su storie drammatiche e decisamente al limite.

Dopo essersi fatto sfuggire per un soffio la possibilità di essere il milionesimo gastarbeiter, il giovane Hüseyin Yilmaz è diventato uno dei tanti lavoratori turchi stabilitisi definitivamente in Germania insieme a sua moglie Fatma e ai suoi tre figli. Gli anni passano e la famiglia si allarga, il quartogenito viene alla luce proprio in terra tedesca, e giorno dopo giorno tutti gli Yilmaz scivolano nel duro processo d’integrazione. Giunti ormai alla vecchiaia, Fatma spinge il marito a richiedere la cittadinanza tedesca; è proprio allora che Hüseyin ha l’illuminazione: comprare casa in Turchia, nel paese della sua giovinezza, dove trascorrere gli ultimi anni della sua vita e, per farlo, raccoglie intorno a sé tutta l’ormai grande famiglia fatta di figli, generi, nuore e nipoti. Inizia così il lungo e difficile viaggio verso la terra natia, fatto di vecchi ricordi, nostalgiche memorie e nuove sorprese.

Raccoglie l’eredità di altri interessanti precedenti “Almanya – La mia famiglia va in Germania”, pellicole che in toni più o meno leggeri hanno raccontato il tema del melting pot etnico-culturale; non c’è ombra di facile retorica in questa opera prima per il cinema delle sorelle Samdereli né tantomeno una facile ricerca di lacrime o sentimenti bassi: la vera forza è nell’approccio, semplice ma efficace, giocato sui toni della memoria visti con gli occhi di un bambino, scevro dunque dei pregiudizi e delle complicazioni tipiche dell’età adulta.

L’intreccio tra presente e passato raccontato al piccolo di casa, Cenk, nipote di Hüseyin e figlio del mix multiculturale che non riesce a decidere quale debba essere la sua vera identità, è un divertente gioco di flashback tra realtà e fantasia, raccontati in maniera semplice e romantica dalla cugina più grande che, con coraggio, raccoglie l’arduo compito di spiegare a un ragazzino confuso l’incontro tra le due culture. È così che pian piano si sfogliano le pagine dell’album dei ricordi degli Yilmaz, descrivendo con un pizzico d’ironia il significato dell’essere straniero.

Divertenti e piacevoli sono anche i momenti espressamente comici dei figli di Hüseyin: c’è il terrore di Muhamed, il secondogenito, per il crocifisso, figura religiosa atipica per dei piccoli musulmani che vedono il simbolo come una figura sanguinolenta e macabra o l’amore spassionato per la Coca Cola di Veli, figlio maggiore, che vede nella bibita il simbolo di assoluto benessere tanto da promettere poco prima della partenza a un suo caro amico di portargliene in dono una volta tornato in patria, per non parlare del Natale, rincorso a tutti i costi dai fratellini, e i tentativi della madre che, con tutto il cuore, cerca di accontentare i figli a tutti i costi con risultati piuttosto miseri; sono solo alcuni dei piccoli dettagli che illustrano, in maniera spesso fin troppo surreale, le differenze tra le due culture, attraverso la divertente diffidenza dei pargoli Yilmaz.