L’essere religiosi e avere una forte propensione alla spiritualità rallenta la progressione della demenza senile. Questo è quanto emerge da uno studio della Clinica Geriatrica dell’Università di Padova diretta dal professor Enzo Manzato e pubblicato sulla rivista “Current Alzheimer Research”.

Lo studio è stato condotto per un anno su 64 pazienti affetti da Alzheimer in differenti stadi della malattia, e suddivisi in due gruppi: quelli con un basso livello di religiosità e quelli con un moderato o alto livello di religiosità. I primi hanno avuto nell’anno una perdita delle capacità cognitive del 10% in più rispetto ai secondi.

Conclude il professor Manzato:

È noto che gli stimoli sensoriali provenienti da una normale vita sociale rallentano il decadimento cognitivo, ma nel caso dello studio riportato sembra essere proprio la religiosità interiore quella in grado di rallentare la perdita cognitiva. Non si tratta quindi di una ritualità cui si associano determinati comportamenti sociali, bensì di una vera e propria tendenza a credere in una entità spirituale

L’Alzheimer è una malattia neurodegenerativa fortemente correlata all’età, più frequente negli over 65, e ha una prevalenza del 30-40% negli ultranovantenni. Oggi nel mondo soffrono di Alzheimer circa 27 milioni di persone. Considerando l’aumento dell’aspettativa di vita e il progressivo invecchiamento della popolazione, i numeri sono destinati ad aumentare. In Italia si registrano attualmente 800.000 casi, e in prevalenza si tratta di donne.

È una malattia per cui non esistono cure; la ricerca sta facendo passi avanti soprattutto nella direzione di migliorare la qualità della vita dei malati. Proprio in questi giorni sono state diffuse nuove notizie positive dal settore: la prima arriva dalla University College di Londra, secondo cui entro 5 anni sarà messo a punto un test ottico per scoprire se si soffre di Alzheimer, prima ancora che i sintomi reali della malattia si manifestino. La seconda notizia riguarda i risultati di una ricerca condotta dalla University of South Florida sui topi: le onde elettromagnetiche dei cellulari, da sempre ritenute dannose per la salute, aumenterebbero la memoria nei soggetti sani e in quelli già malati di Alzheimer, e impedirebbero ai soggetti predisposti di ammalarsi.