Sottoponendosi ad una cura antibiotica prima di un’amniocentesi il rischio di andare incontro a un aborto diminuisce notevolmente. Poco più di un mese fa uno studio, effettuato dal direttore dell’Unità di Ostetricia e Ginecologia dell’ospedale Cannizzaro di Catania, aveva già dimostrato i benefici di una terapia antibiotica antecedente questo screening invasivo.

Ora un’ulteriore conferma arriva dagli esiti di un’altra ricerca italiana pubblicata recentemente sulla rivista “Prenatal Diagnosis”.

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Tale studio, durato sette anni, ha dimostrato che, su un campione di circa 35 mila donne sottoposte all’amniocentesi presso il Centro di medicina materno fetale Artemisia di Roma, la profilassi antibiotica prima di questa indagine, eseguita nel secondo trimestre di gravidanza, riduce di circa il 90% il rischio di aborto, che si abbassa così dall’ 1% allo 0,3-0,5%.

Assumere antibiotici prima dell’esame serve a combattere i batteri che si trovano nelle vie genitali femminili e che, approfittando del prelievo del liquido amniotico, potrebbero causare infezioni provocando la rottura del sacco che contiene il feto. Infatti, il rischio di questo esame non è tanto nel prelievo, ma nel fatto che il liquido può infettarsi nei giorni successivi. I ricercatori hanno dimostrato che prendere degli antibiotici a scopo preventivo ridurrebbe la possibilità di infezioni e conseguentemente la probabilità di abortire. 

Gli antibiotici usati, appartenenti alla classe dei macrolidi, sono assolutamente sicuri in gravidanza. Infatti il principio attivo non è in grado di arrivare al feto, se non in piccolissime quantità, ma si accumula prevalentemente nelle membrane amniotiche, non superando la barriera della placenta. Inoltre la già bassa quantità che arriva al feto si dimezza dopo poche ore dall’assunzione.

Si tratta di dati di grandissimo interesse riguardo questa tecnica di indagine prenatale che ha sempre provocato tanti dubbi e ansie nelle future mamme, tanto più che attualmente viene eseguita per evidenziare non solo eventuali anomalie dei cromosomi, come la sindrome di Down, ma anche per indagare su altre malattie importanti come la fibrosi cistica, la sordità congenita, la distrofia di Duchenne e, in alcuni casi selezionati, per studiare altre patologie dei geni, in genere rare ma potenzialmente gravi.