Ci monopolizza il pensiero: pronunciamo all’infinito il suo nome, scarabocchiamo le sue iniziali dappertutto, ce lo vediamo davanti mentre la vita scorre senza di lui. Ma lui chi è? Perché ci prende un desiderio così forte di accarezzarlo, stringerlo, parlargli? Se questo non è amore, che cosa può essere?

Difficilmente sappiamo ammettere con noi stesse che l’attrazione fisica è l’unica cosa che ci lega ad un uomo. Chiamiamo amore il sesso, forse per renderlo meno peccaminoso, più lecito.

Il motivo è essenzialmente fisico e lo spiega chiaramente Gianna Schelotto nell’introduzione a “Equivoci e sentimenti“.

Un bambino e una bambina si rincorrono e giocano insieme. Sono alla pari. I due crescono. I giochi di sempre, fatti di sfioramenti e palpiti, li turbano. Lui nota le alterazioni del suo corpo, sente che qualcosa sta cambiando e dice: “è sesso“.

Lei sente gli stessi smarrimenti, il confuso desiderio di prolungare quel contatto, di cercarne di nuovi, ma il suo corpo non cambia. Felice, ammette: “è amore“.

Se ci aggiungiamo i condizionamenti a cui una donna è sottoposta, la paura del giudizio altrui, il timore di essere considerata “facile”, possiamo capire davvero come mai tentiamo di nobilitare un interesse che spesso è esclusivamente fisico.

Non ci piacciono i suoi modi, detestiamo i suoi atteggiamenti, conosciamo uno per uno i suoi difetti, eppure ci ostiniamo a credere che è amore quella forza disperata che ci spinge a perdonarlo, aspettarlo, confortarlo.

Perciò la sublimiamo. In suo nome ci annichiliamo. Se riuscissimo a inquadrare la situazione nella giusta prospettiva, forse soffriremmo di meno. E saremmo più sicure, ma meno donne.