Quando sabato scorso il Tupolev a bordo del quale viaggiava il presidente polacco Lech Kaczynski si è schiantato al suolo in fase di atterraggio, oltre al premier, a sua moglie e a svariati membri delle istituzioni, sono morti altri cittadini più o meno comuni, 89 in tutto, oltre ai sette membri dell’equipaggio.

Fra di loro c’era una donna che proprio comune non è, e il cui nome è profondamente legato alla storia politica e sociale polacca: Anna Walentynowicz, una donna che, da operaia sindacalista, lottò contro il regime dittatoriale comunista.

La sua è la storia di una donna coraggiosa, di una madre sola, che per mantenere i suoi figli lavora duramente in fabbrica, sostenendo gli orari massacranti della dittatura comunista in un cantiere navale in cui manovrava una gru in cambio di un salario da fame, secondo quel livellamento verso il basso e la miseria che il comunismo russo produsse.

Quando chiese un miglioramento delle condizioni di lavoro fu licenziata, e da lì cominciò la sua battaglia, sostenuta da Lech Walesa, premio nobel per la pace nel 1983, ex presidente polacco e prima ancora fondatore di Solidarnosc, il primo sindacato indipendente dell’allora blocco sovietico.

E proprio come Walesa, anche Anna, quando nel 1981 il regime comunista dichiarò lo stato di legge marziale, fu perseguitata. Solo dopo il crollo del muro nel 1989 la sua vita ritornò alla normalità, e il suo nome divenne noto, tanto che a lei si sono ispirati anche per un film.

Ma Anna era una donna discreta, non le interessavano incensi e onori, ha continuato a fare l’operaia e la mamma. E discreta è stata anche la sua morte, forse offuscata più del dovuto da quella, concomitante, degli attuali vertici polacchi.