Addio posto in banca, meglio coltivare la terra. La crisi economica sta imponendo una rivoluzione all’indietro delle priorità e dei sogni dei giovani: la società dei servizi, avvelenata da tasse, corruzione, precariato, non è in grado di assorbire la domanda di lavoro da parte delle nuove generazioni; mentre il posto fisso negli enti pubblici è una chimera in tempi (anche comprensibili) di tagli alla spesa. Così, il sogno degli under 35 è simile a quello dei loro bisnonni: coltivare un proprio pezzetto di terra.

Poter coltivare, vivere della terra, magari – ancora meglio – aprire un agriturismo, è il sogno di almeno la metà dei giovani, secondo un sondaggio promosso dalla Coldiretti.

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L’associazione, che ha appena organizzato con successo una due giorni a Cernobbio alla quale ha partecipato anche il presidente Mario Monti, ha sempre pensato che per troppi anni si è dimenticata l’importanza della terra, un bene distrutto dalla cementificazione selvaggia, dall’urbanizzazione, col risultato di aver fatto ricchi pochi costruttori (e qualche politico che intascava le mazzette) e aver perso una ricchezza antica come il nostro stesso paese: quell’incrocio di natura, prodotti alimentari e storia che fa dell’Italia uno dei più bei paesi del mondo.

I giovani ora se ne resi conto, e vogliono tornare alla terra dopo la delusione dell’industrializzazione, la cui fine è ogni giorno rappresentata dal numero mostruoso di cassaintegrati e dalla minaccia costante di chiusura della metà delle fabbriche FIAT da parte dell’ad Marchionne, che ormai produce e vende di più in Brasile o negli Stati Uniti. Molto meglio coltivare un prodotto unico, da vendere in tutto il mondo grazie alla Rete. Oppure gestire un agriturismo che permetta di vivere con semplicità e qualità della vita.

«La vita in campagna era considerata spesso sinonimo di arretratezza e ritardo culturale nei confronti di quella in città. Il contatto con la natura e i suoi prodotti è diventato premiante rispetto all’impegno negli strumenti finanziari di un istituto di credito o nei prodotti fortemente pubblicizzati di una grande multinazionale. Venute meno le garanzie del posto fisso che caratterizzavano queste occupazioni, sono emerse tutte le criticità di lavori che in molti considerano ripetitivi e poco gratificanti rispetto al lavoro in campagna. Si tratta di una vera rivoluzione culturale che non riguarda in realtà solo i giovani, poiché in generale tra tutti gli italiani ben il 28% scambierebbe il proprio lavoro con quello dell’agricoltore.»

Non si tratta neppure di una questione di guadagno (che convince soltanto il 7% del campione), bensì proprio per la qualità della vita, per un ritorno alle cose sane che sembra essere diventata la risposta di una generazione a una crisi che mette in discussione per davvero le fondamenta dell’economia italiana degli ultimi 40 anni. E infatti, per la prima volta da almeno dieci anni in Italia aumentano i giovani agricoltori: +4,2% di imprese individuali iscritte alle Camere di commercio nel secondo trimestre del 2012.

Oggi sono attive ben 62mila imprese condotte da giovani con meno di 30 anni che, secondo l’indagine Coldiretti/Swg, nel 36,5% dei casi hanno una scolarità alta (specializzato, laureato, laureando), nel 56% media (scuole superiori) e soltanto nel 6,5% bassa (scuole medie). Gli agricoltori di domani saranno tutti laureati, e chissà che non parta proprio da lì la risalita.

Fonte: Coldiretti /Swg