Era apparsa molto raramente in televisione (nel 2005, ad esempio, accompagnò il marito in Malesia, ma in quell’occasione restò muta come un pesce e a stento fu ripresa dalle telecamere), tanto che molti non avevano nemmeno idea di che faccia avesse; poi, all’improvviso, ce la ritroviamo non solo sotto i riflettori, ma addirittura dotata di favella: Azam al Sadat Farahi, ovvero la signora Ahmadinejhad, ha preso parte il 15 novembre scorso alla riunione tutta al femminile tra le consorti dei leader riuniti a Roma per il vertice FAO sulla sicurezza alimentare.

Ancora più eclatante della sua presenza, è stato il contenuto del suo discorso, nel quale comparivano parole come “collaborazione”, “generosità” e “beneficenza”, e incentrato in particolar modo sulle condizioni delle popolazioni che vivono nella striscia di Gaza.

Un argomento, quest’ultimo, che a Mrs Ahmadinejad sta a cuore: nel gennaio 2009 aveva infatti inviato una lettera alla moglie del presidente egiziano Mubarak invocando l’aiuto di quest’ultima affinché convincesse il marito a lasciar passare gli aiuti diretti a quelle popolazioni attraverso il confine egiziano.

Peccato che, poi, la prima donna iraniana abbia aggiunto che l’esperienza iraniana sarebbe, in tema di cibo e sostentamento per le popolazioni povere, un esempio da seguire poiché:

l’ispirazione religiosa ha effettivamente aumentato la sicurezza alimentare della famiglia

Ora, molti illustri e competenti opinionisti non hanno nascosto, sui quotidiani di questi giorni, di aver letto nella presenza al Sadat Farahi il simbolo tangibile del fatto che l’Iran non è solo quella repubblica oscurantista, che reprime le rivolte nel sangue, che ha ucciso Neda e tanti altri giovani, incarcerandone e torturandone chissà quanti (nel frattempo non si sa più nulla, ad esempio, di Mahmud Vahidnia, lo studente che criticò apertamente l’ayatollah Khamenei durante un incontro all’università di Teheran).

Eppure, parliamo di quello stesso Paese che ha confiscato tutti i beni all’avvocato e Premio Nobel per la Pace nel 2003 Shirin Ebadi, anche lei iraniana, che proprio ieri ha denunciato sulle pagine del Corriere della Sera il sequestro di tutti i beni non solo suoi ma anche dei suoi familiari, compresi i premi ricevuto a livello mondiale quali il Nobel e la Legion d’onore.

Insomma, mi chiedo: basta così poco per farci pensare che in un Paese stia davvero cambiando qualcosa? Non sarà che siamo talmente poco abituati a sentir parlare le donne (soprattutto quando vengono da quei paesi, ma non solo) che quando ciò accade, indipendentemente poi da cosa dicono, dobbiamo dire che è un segnale positivo? Non sarà che ci sembra qualcosa di più straordinario ed eccezionale di quanto non sia in realtà?

La domanda è lecita, anche perché manca poco al voto da parte dell’assemblea generale dell’ONU sulla risoluzione contro le violazioni dei diritti umani in Iran.