{#Babycall} è il thriller del regista norvegese Pål Sletaune, presentato lo scorso novembre a Roma, tra le pellicole in concorso alla 6ª edizione del Festival Internazionale del Film di Roma. Un film dai toni cupi e drammatici, dipinto con decisione sullo sfondo di un’Oslo fredda e distaccata, capace di confondere le idee degli spettatori e lasciare con il fiato sospeso fino all’ultimo minuto in un lunga lotta nell’animo umano.

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Protagonista di Babycall è {#Noomi Rapace}, vincitrice del premio Marc’Aurelio d’Argento come migliore attrice all’edizione 2011 della kermesse cinematografica capitolina proprio grazie all’interpretazione della protettiva madre del piccolo Anders. Una performance davvero interessante, quella dell’interprete rivelatasi nella trilogia originale di Millennium nel ruolo di Lisbeth Salander e presto di nuovo nei cinema italiani con {#Prometheus}, l’attesissima ultima fatica del regista statunitense Ridley Scott.

Anna, moglie single e madre del piccolo Anders di 8 anni, si trasferisce in un palazzo nella periferia di Oslo cercando di sfuggire all’ossessiva ricerca da parte dell’ex marito. Iperprotettiva nei confronti del bambino, la donna acquista un monitor, un babycall, per tenerlo sotto controllo; quando dal piccolo apparecchio iniziano però a provenire le strane voci di quello che sembra l’omicidio di un altro piccolo abitante del complesso, inizia a crescere in lei la paura per l’incolumità del figlio. Contemporaneamente, Anders diventa amico di uno strano coetaneo che, a sua detta, sarebbe in possesso delle chiavi di tutti gli appartamenti.

Un thriller psicologico denso di drammaticità, personaggi capaci di volare dalla dolcezza intrinseca del rapporto tra madre e figlio fino a concitati momenti di pura tensione; Babycall si pone agli occhi della platea come un mix coinvolgente di ragione e follia, inquietudine e disperazione in un crescendo di situazioni estreme, supportati da una fotografia in grado di rendere alla perfezione il dramma vissuto dalla bravissima Noomi Rapace.

Un’interpretazione sorprendente che riesce quasi a supportare da sola una sceneggiatura che, purtroppo, mostra non poche lacune da molti punti di vista. Emerge però, senza alcun dubbio, anche una piccola critica alla società tipica dei paesi nordici, incapace di sopperire alle necessità emotive delle famiglie ristrette proprio come quelle rappresentate da Anna e dal suo piccolo Anders.

Contorto forse fin troppo che, appesantito dal difficile gioco del detto e non detto gestito con difficoltà dal regista norvegese, poco aiuta a comprendere l’intero svolgimento almeno fino all’epilogo d’impatto, Babycall riesce comunque a infondere nei suoi spettatori la carica necessaria per rimanere incollati alla poltrona fino ai titoli di coda, regalando un’ora e mezza abbondante di suspense senza però riuscire a calcare di più la mano nonostante gli interessanti presupposti a disposizione.