Se c’è un luogo dove le etnie si mischiano e si vede il futuro, complesso, caleidoscopico, della società, questo è senz’altro un asilo nido. Uno studio canadese, però, ci rivela che i bambini, già a tre anni, mostrano preferenze etniche nei compagni di giochi.

Niente immagini edificanti, dunque, sulla tolleranza naturale dei bambini rispetto all’adulto: fin da piccolissimi, anche se mischiati tra le più diverse origini, caucasici, africani e asiatici tendono a fare comunella tra loro.

Come l’hanno stabilito i ricercatori canadesi? Semplice: utilizzando una camera di giochi fornita di tutte le meraviglie, osservando le interazioni tra bambini. Quando i piccoli erano della stessa etnia tendevano a giocare assieme, quando le etnie erano mischiate, i {#bambini} tendevano a giocare da soli.

In realtà, la rivelazione non è nuova: sono decenni che gli studiosi osservano queste capacità dei bambini di riprodurre la visione della società degli adulti. Ancora negli anni dell’america segregazionista, fece scandalo la famosa ricerca che mostrò come anche per i bambini di colore la bambola più bella era quella bianca (una omologazione che fornì argomenti a coloro che immaginavano una nazione nera, come Malcom X).

La de-segregazione, i grandi passi avanti compiuti in questi anni e ovviamente il fenomeno della migrazione, hanno prodotto una società che spinge verso il multiculturalismo, ma questo non significa che i bambini siano cambiati più di tanto e non conservino una loro elementare forma di pregiudizio.

In una ricerca del Ministero dell’Istruzione già dieci anni fa si sottolineavano alcuni aspetti singolari di questi comportamenti:

“Dal punto di vista del bambino italiano, il bambino straniero è soprattutto quello che parla in modo diverso e solo in seconda battuta quello che non è nato in Italia; infatti spesso il bambino con la pelle bianca che non sa parlare l’italiano è considerato più straniero di quello nato in Italia o che comunque parla perfettamente l’italiano pur avendo il colore della pelle diverso. Il bambino straniero a sua volta non considera il bambino italiano uno straniero, come potrebbe essere dal suo punto di vista, bensì sono stranieri tutti quelli che non sono italiani dato che l’italiano si trova nel suo paese.”

Ma c’è una soluzione, la scuola. Tutti gli studi, compresi quelli italiani, sono concordi nell’affermare che gli anni della scuola – quindi le primarie – saranno fondamentali per accrescere la capacità di cooperazione tra bambini. A scuola si introducono nozioni e conoscenze comuni, si affinano le capacità linguistiche e dopo alcuni anni quei bambini di tre anni che guardavano con sospetto un altro bambino che non riuscivano a identificare in nessun tratto già noto (avendo come unico riferimento la {#famiglia}), saranno ragazzini di dieci anni in grande sintonia con gli altri.

Un consiglio alle mamme che vivono in quartieri multietnici o che mandano i loro figli in asili con bambini di tutte le provenienze: chiedete di eventuali progetti di interculturalità anche nella prospettiva della scuola dell’obbligo: ci sono molti progetti messi in campo da comuni e province, ma generalmente sono facoltativi per gli istituti. La scelta futura su dove indirizzare il bambino potrebbe essere fatta anche secondo questo parametro.