Bamboccioni si nasce o si diventa? Una cosa è certa: da quando l’ex ministro Tommaso Padoa-Schioppa ha inventato questo felice epiteto per i ragazzi un po’ troppo cresciuti che non vogliono andarsene di casa, l’argomento continua ad appassionare l’Italia. Il tema è tornato sulle prime pagine dei giornali dopo la recente proposta del ministro per la Funziona pubblica, Renato Brunetta, che vorrebbe dare 500 euro mensili ai giovani in termini di detrazioni fiscali sugli affitti e borse di studio.

“Bisogna cominciare a dare meno ai genitori e più ai figli”, ha spiegato Brunetta correggendo il tiro, dopo che, pochi giorni prima, aveva provocatoriamente auspicato una norma che costringesse i ragazzi a lasciare il focolare domestico a 18 anni. La dichiarazione del ministro arriva pochi giorni dopo la diffusione di un’altra notizia: la sentenza con cui il tribunale di Bergamo ha costretto un artigiano di Trento a continuare a versare l’assegno mensile alla figlia 32enne, studentessa fuori corso all’Università.

Poi è arrivato l’editoriale del direttore del Giornale, Vittorio Feltri, intitolato Non mi toccate i bamboccioni, sono adorabili. Vale la pena di citarne qualche riga:

Questa storia che i giovanotti poco inclini ad abbandonare la casa paterna siano dei bamboccioni non mi convince. Come si fa a chiamare bamboccione uno che preferisce vivere bene coi genitori che male per conto suo? Semmai è masochista chi, per un malinteso senso della libertà, rinuncia a un comodo appartamento, ben riscaldato, bene arredato, nel quale la mamma provvede a tutto, pulire, lavare, stirare, cucinare, e va ad abitare solo come un cane in un bilocale mansardato, travi a vista contro cui sbattere la testa tre volte al dì, bagno angusto, fumare due sigarette di fila significa provocare l’effetto camera a gas, la sera gli tocca lavarsi le mutande, cene in piedi davanti al frigo spalancato recuperando mozzarelle scadute, prosciutto secco, sardine sott’olio tipo rancio di caserma