Troie. Ecco, non è un bell’inizio per un articolo, però è proprio quello di cui vorrei parlare. E se l’ha fatto Battiato (foto by infophoto), assessore al turismo per la Regione Sicilia, nonchè noto e apprezzato cantautore, lo posso fare anche io, signora nessuno.

E non è di politica, di destra, di sinistra, del passato (argomento della ritrattazione del cantautore) o del futuro che voglio discutere. Sono semplicemente le parole il punto su cui mi vorrei concentrare.

Le parole sono importanti, qui su Leonardo lo ripetiamo spesso. E in un Paese dove anche la lingua sa quanto meno di misoginia, “troia” (che per inciso è esclusivamente femminile) ha un significato particolare, soprattutto se pronunciata con un’intenzione decisamente poetica.

Sì perchè, giustamente abituato ai testi delle sue canzoni, anche in questo frangente Battiato pare abbia usato una figura retorica tanto cara alla poesia: la metafora. Nonostante “troia” lasci poco spazio all’immaginazione.

Ora: la discriminazione di genere è una questione che parte dai dettagli. Quando abbiamo due sostantivi a cui affibbiare un aggettivo plurale, questo sarà sempre maschile. Non importa che la questione riguardi ad esempio cento gonne e un solo pantalone. Vincerà sempre quest’ultimo, conquistandosi il podio di qualche qualità rubata.

Non voglio soffermarmi su disquisizioni forse poco proficue in merito; vorrei però ragionare sul fatto che secondo il pensiero di molti e le successive affermazioni del diretto interessato, Battiato avrebbe usato il termine “troie” per riferirsi in generale a tutti i parlamentari, senza distinguere fra maschi e femmine, ma soltanto accusando una sorta di prostituzione politica che nel nostro Paese appare dilagante e inevitabile.

Non voglio entrare nel merito della presunta questione demagogica. Quello che vorrei sapere è se Battiato abbia volutamente utilizzato il termine “troie” per ribaltare una delle poche regole ferme di una lingua piena di eccezioni e irregolarità come l’italiano. Quella di cui sopra, quella che predilige il maschile al femminile anche se in minoranza. No perchè, se davvero “troie” si riferiva indifferentemente a uomini e donne del parlamento, allora la famosa regola è stata letteralmente capovolta, perchè è stato preferito un termine femminile per indicare in realtà una maggioranza decisamente maschile.

Non era meglio, caro Battiato, scegliere una parola declinabile al maschile (o perchè no un bel neologismo), se le sue intenzioni erano quelle dichiarate successivamente? Oppure le sue licenze poetiche devono sempre rimanere nell’ambito del vago interpretabile? Oppure ancora la verità è una sola: lei non ha usato alcuna metafora. Quel che ha detto è esattamente ciò che voleva dire. Senza troppi ripensamenti.

Ma bando alle quisquilie, qui il nocciolo davvero fondamentale è un altro: quando conieremo un nuovo termine per poter indicare il maschile di “troia”? Perchè, davvero, se ne sente il bisogno. Soprattutto per mantenere perversamente e diligentemente il maschilismo conservativo della lingua italiana. Altrimenti come faremo, senza le licenze poetiche di Battiato, a indicare la prostituzione politica e morale di certi soggetti senza incorrere in un banale errore di grammatica?!?