Fumata bianca: habemus Santiago (anche se l’accusativo latita). Magno cum gaudio: perchè non ne potevamo proprio piú dei bollettini minuto per minuto sulla gravidanza di Belen Rodriguez.

Come per la farfalla, pare che la facoltà riproduttiva sia rimasta soltanto a lei. Peccato non aver avuto ancora una descrizione dettagliata di ogni sua contrazione. No perchè se ne sente il bisogno, se non altro per completezza.

Abbiamo però saputo di tutto l’affetto che ha circondato il nuovo arrivato, in quale stanza e in quale clinica, seguito da quale dottore. E poi che dire del nome, degno discendente di precedenti vip-pargoli che se-non-sono-stravaganti-non-li-vogliamo. (Stravaganti in questo caso è un vezzeggiativo di orribili).

La spettacolarizzazione di questa gravidanza d’altra parte richiedeva necessariamente un nome così: Belen non poteva essere meno di una Victoria Beckham o di una Elisabetta Gregoraci qualunque.

Ormai è una prassi consolidata per tutte le star: l’annuncio della dolce (!??!) attesa, il totosesso, il totonome (che neanche un punto Snai), poi la scelta della cameretta e degli accessori, dal fasciatoio al ciuccio, le cronache del feto fino ad arrivare ai particolari del parto.

Ora: aspettare un bambino e metterlo al mondo pare sia oggettivamente una delle esperienze piú emozionanti nella vita di una donna; e se si tratta di una donna di spettacolo, è inevitabile che la gravidanza diventi di dominio pubblico.

Ma da qui a farne un reality mi sembra francamente un’esagerazione. Nonchè una mancanza di rispetto nei confronti di chi vive la maternità sicuramente con meno possibilità e  quindi con conseguente minore serenità.

Non ci rimane che sperare di essere graziati dal conoscere ogni poppata e ogni cambio di pannolino del povero Santiago. Povero non certo in senso economico. Povero perchè a lui nessuno ha chiesto se i riflettori gli piacciano oppure no.