L’interfono nella stanza dei bambini? Ormai è un oggetto preistorico. Tra sensori del respiro e apparecchi Gps (global positioning system), la tecnologia ha fatto passi da gigante e oggi le mamme dispongono di numerosi strumenti per tenere sotto controllo i figli. Ma siamo sicuri che sia un bene?

Un bell’articolo sul Corriere della sera passa in rassegna le molteplici possibilità per genitori-poliziotti.

Il dispositivo preferito da mamme e papà ansiosi è il sensore del respiro; il più gettonato è l’Angel care che funziona tramite un pannello da infilare sotto il materasso ed emette un segnale acustico se rileva assenza di movimenti per venti secondi di seguito. Funziona in modo simile il Respisense, che però si applica con una clip al pannolino e deve stare a contatto con la pelle del bimbo. Entrambi i sistemi vengono consigliati per prevenire la temibile Sids, cosiddetta morte in culla.

I problemi, però, non finiscono quando i bambini mettono i dentini e cominciano a camminare sulle proprie gambe, anzi: si può dire che le preoccupazioni dei genitori crescono assieme ai figli. Ed ecco allora un proliferare di telefonini capaci di localizzare il piccolo, come il Babyguard, che costa quasi 80 euro, ma è molto apprezzato da chi lo ha provato.

Per figli più grandi, esistono localizzatori Gps ancora più sosfisticati: negli Stati Uniti ci sono perfino gli orologi e le scarpe Gps, per essere sicuri al cento per cento di non perdere mai il controllo sulla prole.

Insomma, le soluzioni tecnologiche non mancano, ma non saranno controproducenti? Il rischio è che tutti questi sistemi di ipercontrollo, invece di diminuire l’ansia dei genitori, la accrescano sensibilmente. Il dibattito è aperto.