Negli ultimi anni è cresciuto sempre di più il numero di bambini affetti da allergie. Sintomi e patologie come la dermatite atopica, l’oculorinite allergica, l’asma bronchiale, l’anafilassi e in particolare le allergie e le intolleranze alimentari colpiscono bambini e adolescenti in età scolare con una frequenza sempre maggiore: un vero e proprio boom.

Studiare le cause di questo incremento è alquanto difficile, e al momento sono state elaborate alcune teorie, come quella dell’Università di Montreal, che puntano il dito contro le condizioni di eccessiva pulizia in cui vivono i nostri bambini, soprattutto nei primi mesi dopo la nascita: sterilizzare l’ambiente in cui vive il bambino, infatti, non serve solo a uccidere muffe e virus dannosi, ma contribuisce a eliminare anche quei microrganismi benefici utili alla formazione di diversi ceppi batterici intestinali, indispensabili per un sistema immunitario forte.

Come ridurre allora il rischio di allergia, in particolare nei bambini? Un primo aiuto può arrivare dall’utilizzo dei probiotici, ceppi batterici in grado di convivere pacificamente con i batteri già residenti nell’intestino, aiutandoli a svolgere al meglio le loro funzioni e stimolando il sistema immunitario intestinale. I probiotici mantengono in equilibrio la flora intestinale dei bambini ma anche delle mamme: sembra infatti che, se assunti dalle donne in gravidanza, siano in grado di far diminuire il rischio di allergie nel bambino.

L’allattamento al seno, che andrebbe fatto proseguire fino a 1-2 anni, è sicuramente indispensabile per proteggere il bambino da molte infezioni. Inoltre non ha controindicazioni e riduce notevolmente anche il rischio che si manifestino allergie. Allattare il bambino è utile soprattutto per prevenire quelle malattie che sono dovute ad allergie verso componenti alimentari e, sebbene non tutta la comunità scientifica sia d’accordo sul potere “anti-allergico” del latte materno, consente di poter rimandare il contatto tra il bambino e alcuni alimenti potenzialmente allergizzanti fino a quando la maturazione della sua struttura intestinale non sarà compiuta.

Lo svezzamento è un momento cruciale, in quanto l’introduzione troppo prematura di alimenti solidi può far aumentare la possibilità che si verifichino intolleranze alimentari: sotto i sei mesi, la flora intestinale dei bambini non è ancora sufficientemente sviluppata. Introdurre i nuovi alimenti uno alla volta, e a distanza di qualche giorno, può essere utile per capire se i piccoli sono intolleranti a qualche sostanza, specie nel caso in cui i genitori del bambino siano allergici.

Non va sottovalutato, infatti, che, se un genitore è allergico le probabilità che anche il figlio possa diventarlo sono nell’ordine del 40-60%, ma se lo sono entrambi il rischio è ancora più alto: 70-80%. Quando si verificano queste situazioni familiari sarebbe bene aspettare che il bambino raggiunga almeno un anno di età prima di introdurre quegli alimenti che sono, statisticamente, responsabili del maggior numero di intolleranze alimentari: uova, frumento, pesce, crostacei, soia, arachidi e lattosio.

Va dunque valutato anche il fattore ereditario: un’accurata indagine sulle varie allergie presenti in famiglia può aiutare genitori e medici a individuare più facilmente la causa dell’allergia nel bambino, che dovrà comunque essere confermata da ulteriori visite specialistiche e test. Così facendo, si potrà garantire un’alimentazione e uno stile di vita più adeguato alle esigenze del piccolo.

Fonte: Bodyandsoul