Flessibili, ma non precari. In questo binomio quasi provocatorio in Italia crede ancora Mario Monti, che dopo lo scivolone sulla «monotonia del posto fisso» è rimasto sottovento per un po’, ma ora è tornato a parlarne correggendo il tiro. Peccato però che, al momento, per l’Italia ci sono i dati a parlare più fortemente: precari raddoppiati tra gli under 35 negli ultimi otto anni.

Il centro studi DataGiovani ha fornito una ricerca che sintetizza in poche cifre e grafici una situazione di precariato impressionante, ai limiti delle piaghe bibliche: a un certo punto, precisamente nel 2009, c’è stato sorpasso tra la percentuale di occupati adulti rispetto ai giovani, cioè il mercato del lavoro è invecchiato senza il suo naturale ricambio.

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Le dinamiche sono note: spaccatura generazionale tra garantiti e senza alcuna garanzia, crisi economica internazionale, legislazione sulla flessibilità che non si è preccupata, per dieci anni, di controbilanciare con due soluzioni di buon senso: aumentare il costo relativo del precario (ancora oggi costa al datore di lavoro un terzo di meno di un omologo assunto); realizzare un welfare alternativo.

Errori gravissimi della classe politica e dei sindacati – anch’essi sempre ambigui nei confronti della integrazione dei flessibili, dei liberi professionisti, nelle tutele del mercato del lavoro – di cui hanno approfittato le aziende, senza che nessuno mostrasse una minima visione, una prospettiva. Coi risultati che oggi pagano tutti, anche coloro che pensavano di guadagnarci: i giovani non mettono su famiglia, non pagano le tasse perché guadagnano troppo poco, non accedono a mutui, non risparmiano, non consumano. E l’economia è crollata.

Basti pensare che nel 2004 i precari giovani erano il 20% e oggi sono il 40%, che un giovane su due con meno di 24 anni è precario e che sono circa due milioni i giovani che non studiano né cercano un’occupazione. Il precariato tra le donne ha registrato una crescita quasi doppia rispetto agli uomini, con un’incidenza che è aumentata nel periodo 2004-2011 del 7% contro meno del 4% degli uomini.

I titoli di studio si sono deteriorati come le persone che li posseggono, solo le lauree tecniche hanno ancora un po’ di appeal, ma spesso non più di un diploma tecnico (in termini strettamente occupazionazionali, non di trattamento economico, ovviamente).

E pensare che l’Italia era il paese, prima degli anni Duemila, con una delle più basse incidenze di lavoro flessibile. Insomma, non è tanto la flessibilità ad aver creato la precarietà, ma il come è stata fatta. A Monti (nel video qui sotto, intervistato da Michele Karaboue su questo argomento) il compito di virare, decisamente.

Fonte: DataGiovani