Sono serviti a poco gli appelli di vip e star per convincere gli inglesi a restare in Europa: i sudditi di Sua Maestà Elisabetta II hanno scelto la Brexit; con 17.410.742 di voti a favore e 16.141.241 contro, ha vinto il leave. Ora, dopo il referendum di ieri – che era solo consultivo e quindi non direttamente vincolante – occorre che il governo britannico chieda ufficialmente di uscire e faccia scattare l’articolo 50 del Trattato di Lisbona.

La decisione del Regno Unito di lasciare l’Unione europea porterà ad un prolungato periodo di incertezza che peserà sull’andamento economico e finanziario del paese e sarà negativo per il credito sovrano del Regno Unito e le entità valutarie“, ha affermato l’agenzia di rating Moody’s in un rapporto.

Secondo “Business of Fashion”, una delle riviste più influenti del settore, la Brexit provocherà serie ripercussioni anche nell’industria della moda (che nel 2014 ha contribuito per 38 miliardi di euro all’economia britannica), anche perché la sicura svalutazione della sterlina – almeno del 20% – colpirebbe soprattutto gli affari con la Cina.

Per questo, tra l’altro, più di 280 persone che lavorano nella moda e nel design – tra cui la stilista Vivienne Westwood e la direttrice dell’edizione britannica di Vogue, Alexandra Shulman – avevano deciso di firmare una lettera in sostegno alla campagna per rimanere nell’Unione europea. Contemporaneamente, un report della Creative Industries Federation aveva rivelato che il 96 per cento dei suoi membri era per il remain.

Anche il nostro Giorgio Armani era sceso in campo durante la settimana della moda uomo a Milano: “Sono a favore della permanenza della Gran Bretagna in Europa. L’isola è parte dell’Europa e ho sempre visto l’Inghilterra come l’avanguardia d’Europa, che si muove, si sviluppa, sempre per prima nelle cose eccentriche e che dà spazio all’arte“, aveva dichiarato lo stilista.

Lo stesso Alessandro Michele aveva preso posizione, con la Pre collezione Primavera Estate 2017 di Gucci che ha sfilato nell’abbazia di Westminster, un simbolo della monarchia inglese. Tra gli outfit più notati, una felpa con la stampa della colorata bandiera britannica.

Sulle colonne del “New York Times“, invece, ha espresso la sua opinione lo stilista inglese Christopher Kane, vincitore di tre premi del British Fashion Council: “Se la Gran Bretagna dovesse uscire dalla Ue, l’industria della moda non ha idea di cosa le accadrà. È spaventoso“.

Sulla stessa lunghezza d’onda anche Christopher Bailey, ceo e creativo al timone dalla very british Burberry, tra le 100 personalità a firmare sul “Times” di Londra un appello per scongiurare l’uscita dall’Ue dal titolo: “Solo restando nell’Unione europea la Gran Bretagna potrà essere più forte, più sicura e migliore“. Burberry, però, rappresenta un caso particolare: secondo il “Wall Street Journal“, infatti, la griffe inglese ha il 15 per cento dei costi di produzione e il 40 per cento delle spese operative in sterline, nonostante le vendite in Gran Bretagna costituiscano soltanto il 10 per cento del totale. Secondo Barclays, una svalutazione del 10 per cento della moneta britannica gioverebbe al noto marchio un aumento del fatturato del 20 per cento.

Cosa cambia per gli addetti ai lavori, tra cui i cittadini europei che oggi vivono e lavorano nel Regno Unito? Il popolo della moda, abituato a fare su e giù tra le principali capitali della moda, potrebbe ora rischiare di ritrovarsi in tilt tra visti e permessi speciali, così come le diverse scuole di moda (tra cui la blasonata Central Saint Martins) che ospitano molti ragazzi provenienti da tutta Europa. Basti pensare che sui banchi della Royal College of Art si contano ben 65 nazionalità diverse.

Londra, poi, non è soltanto la sede di una delle più importanti settimane della moda del mondo, ma ospita anche numerose scuole di moda. Questi istituti – tra cui la Central Saint Martins, una sede dell’Istituto Marangoni, le facoltà di moda dell’Università di Westminster e del Royal College of Art – ricevono fondi dall’Unione Europea, sia per fare ricerca sia per finanziare programmi per gli studenti, che verrebbero meno se il Regno Unito dovesse uscirne.

Infine, secondo gli economisti di Prometeia, la Brexit potrebbe avere pesanti ricadute anche sul Made in Italy: la svalutazione della sterlina, infatti, potrebbe rappresentare per l’offerta italiana “un rilevante, seppur temporaneo, svantaggio competitivo, agendo sulla competitività italiana sia sul mercato britannico (rispetto ai produttori nazionali) sia in paesi terzi dove le imprese italiane e britanniche competono più intensamente“.

Insomma, lo scenario per ora si prospetta abbastanza apocalittico. Come sempre, ai posteri l’ardua sentenza. Certo è che, come ha scritto il designer JW Anderson sul proprio profilo instagram “What is lost is lost forever“, quel che è perso è perso per sempre, con buona pace di Altiero Spinelli e del suo sogno di un’Europa federale.