Buon Anno Sarajevo (Djeca) è il secondo film diretto da Aida Begić presentato in competizione nella sezione Un Certain Regard alla 65ª edizione del Festival di Cannes, dove si è guadagnato la menzione speciale della giuria; un ritorno per la regista bosniaca, dopo la presentazione del suo film di diploma First Death Experience nel 1991 e la vittoria del Gran Prix de la Semaine de la critique nel 2008 con il suo primo lungometraggio Snijeg (Neve). Selezionata per rappresentare la Bosnia all’85ª edizione dei premi Oscar come miglior film in lingua straniera, la pellicola non è rientrata per un soffio nella rosa finale dei titoli.

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Per il cast di Buon Anno Sarajevo, la Begić ha scelto Marija Pikić, giovane interprete ventitreenne di Trebinje con all’attivo alcune partecipazioni a serie TV nazionali, e Ismir Gagula, al suo debutto davanti alla macchina da presa. Completano la rosa degli interpreti, i comprimari Nikola Đuričko, già visto nel primo lungometraggio di Angelina Jolie In The Land of Blood and Honey, Selma Staša Dukić e Melić Velibor Topić.

Rahima (Pikić) Nedim (Gagula) sono sorella e fratello, resi orfani dalla guerra civile che ha devastato la Bosnia. Dopo un’adolescenza punk e ora convertitasi alla religione islamica, fonte di conforto dopo i fatti che hanno sconvolto la sua esistenza, Rahima è costretta a lavorare in un ristorante gestito da un personaggio poco raccomandabile per mantenere l’irrequieto fratello minore Nedim, ancora studente. Sarà una rissa con i compagni di classe in cui Nedim rompe il telefonino di un potente locale a dare il via agli eventi che faranno scoprire alla ragazza la doppia vita condotta dal fratello.

Il cinema bosniaco, ancora poco conosciuto oltre confine, torna sul grande schermo con un’altra regista donna: infatti, dopo Il Sentiero di Jasmila Žbanić, è la volta dell’opera seconda della brava Aida Begić, capace di portare sotto i riflettori i figli della guerra, ovvero tutte quelle storie che si dipanano giorno dopo giorno trascinandosi dietro gli strascichi dell’orribile conflitto che tra il 1992 e il 1995 ha sconvolto un’intera nazione.

Tra flashback e filmati d’archivio che riportano a galla alcuni dei momenti più destabilizzanti del passato recente, la storia si dipana in maniera non sempre chiara ma, nonostante ciò, in grado di fotografare il conflitto interiore di Rahima, interpretata da una convincente Pikić. Una difficile convivenza tra la sua scelta di fede, quella della religione musulmana che la spinge a portare il velo nonostante questo gesto le crei una non indifferente difficoltà di rapporti con il resto della comunità, e un lavoro faticoso ma unica via di fuga da una vita cupa, in cui il suo unico scopo è quello di sostentare il fratello adolescente.

Nonostante un finale che non riesce a tenere testa all’intero svolgimento della vicenda, la pellicola di Aida Begić riesce a coinvolgere lo spettatore grazie alla sua capacità di catturare l’interesse con inquadrature che non lasciano mai sfuggire i protagonisti, i due fratelli così segnati dalla devastazione del passato e così lontani fra di loro seppur vicini. Un’incomunicabilità che culmina in un incontenibile grido di disperazione, quello immortalato in Buon Anno Sarajevo, che difficilmente rischia di scivolare via dalla memoria.