L’Italia è da sempre un paese famoso per le sue lungaggini burocratiche che, nella maggior parte dei casi, rendono molto complicate anche le cose più semplici.

Anche se quando si parla di aborto non si sta certamente affrontando un argomento semplice, il modus operandi delle istituzioni italiane ha messo sicuramente un freno alla libera scelta delle donne.

Si parla nello specifico dell’aborto farmacologico, quello che avviene con la somministrazione della pillola Ru486. La pillola, che si può utilizzare per interrompere la gravidanza entro la settima settimana di gravidanza, è stata messa in circolazione in Italia dal luglio 2010, scatenando delle asprissime polemiche.

Ma i dati parlano chiaro e sconfessano tutti coloro che pensavano che l’introduzione di questa pillola potesse portare ad un incremento dei casi di aborto: le indagini del Ministero della Salute hanno dimostrato che negli ultimi trent’anni c’è stato una generica diminuzione delle interruzioni spontanee di gravidanza.

Nonostante sia stato anche dimostrato che le donne preferirebbero ricorrere alla pillola Ru486, rimangono ancora dei problemi che limitano la scelta delle donne. Queste, al momento di prendere una decisione così importante, devono fare anche i conti con il fatto che la pillola è somministrata solo in ambito ospedaliero con tre giorni di ricovero, quando, invece, l’aborto chirurgico è solitamente eseguito in regime di day hospital.

Un meccanismo che, oltre a far spendere risorse inutili alle istituzioni, limita la libertà di scelta delle donne e rende l’Italia, ancora una volta, uno dei paesi più arretrati d’Europa.