Prendete i pop-corn: Raf Simons mette in scena un nuovo racconto per la sua sfilata Autunno-Inverno 2018/19 di Calvin Klein Collection alla New York Fashion Week. Già dall’invito, un pacco di pop-corn per l’appunto, era chiaro il messaggio del designer, alla sua terza “prova” per il brand statunitense: la moda, malgrado tutto, è ancora un potente veicolo di comunicazione.

I bene informati parlano di 50mila galloni di pop corn a ricoprire il pavimento del set allestito da Sterling Ruby, artista che collabora ormai da anni con lo stilista, presso l’American Stock Exchange: una tipica fattoria americana, o quello che ne resta, dove le facciate dei fienili sono sormontate da fotografie di Andy Warhol e delle sculture sono state appese alle impalcature. Già perché a mano a mano che la storia si dispiega sotto i nostri occhi, si fa più pressante il dubbio che non sia un mondo distrutto, ma in ricostruzione.

Una musica ripetitiva, quasi tribale, ha accompagnato i 66 look uomo e donna della collezione di Calvin Klein, un sottofondo disturbante, a tratti angosciante come tutto lo show, aperto da una sorta di completo da pompiere arancione, con grossi stivaloni in PVC bianchi e un camaglio di lana. Il tema del pericolo, della sicurezza, della precarietà è subito messo in campo, insomma.

Photo by Slaven Vlasic/Getty Images

I pezzi minimalisti e unisex, dalle linee pulite e dalla funzionalità conclamata – simbolo da sempre di Calvin Klein – che Simons sembrava aver fatto propri nella sfilata di un anno fa ci sono tutti: solo sono mescolati, nascosti, sovrapposti, protetti. A cominciare dalla camicia bianca maschile con taschini colorati indossati da Kaia Gerber con pantaloni dalla nuance pastello, ma abbinati con gambali di gomma.

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Da cappotti doppiopetto oversize, dal taglio maschile, spuntano lunghissime gonne iper-femminili, portate con maxi pullover di lana e guanti d’argento che sembrano rubati agli astronauti.

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Gonne che riportano alla fondazione del mito americano, delle ragazze nelle praterie, decontestualizzate però attraverso abbinamenti con altri simboli tutti d’oltreoceano come Beep Beep e Wile E. Coyote.

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Inquietante l’utilizzo del materiale per le coperte isotermiche, declinato ora in abiti con il pizzo, ora in copricapi, ora in cappe. Karl Lagerfeld, nella sfilata Chanel Autunno-Inverno 2017/18, prima di lui aveva realizzato diversi capispalla con le coperte di salvataggio: perfette per affrontare il ghiaccio siderale verso cui la sua donna era andata alla scoperta. In Simons, invece, si trasformano in indispensabili protezioni in un pianeta alla deriva.

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Il richiamo ai profughi, agi ultimi, ai fuggitivi, appare chiaro in quell’innaturale mix&match che nulla ha del tripudio kitsch di Alessandro Michele, ma che, in quella maniera concettuale che da sempre ha caratterizzato lo stilista belga, si fa affastellarsi di segni e simboli, in un dialogo continuo tra distopia e utopia.

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La speranza, infatti, non è perduta: stanno a dirlo quegli abiti in chiffon patchwork delicatamente audaci che costellano la sfilata, flebili messaggi in bottiglia di un bello ancora possibile da recuperare.

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I pezzi per farne un successo anche di vendite ci sono e sono tanti: dai coprispalla animalier ai long dress di cotone a righine che fanno tanto Ottocento, romantici e sensuali insieme.

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Una menzione meritano anche gli accessori, stivaletti allacciati e décolleté colorate, sandali gioiello e comode galoche. Tra le borse, oltre a lineari tracolle argentate o arancioni, belle le mini-bag nere a soffietto da portare a spalla o a mano.

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Raf Simons conferma così una ritrovata ispirazione dopo gli anni da Dior, capace ancora una volta di reinterpretare l’heritage del più americano degli americani con una cultura – e un messaggio politico – tipicamente da Vecchio Mondo. Chapeau.

Galleria di immagini: Calvin Klein, sfilata Autunno-Inverno 2018/19, le foto