Per i proprietari di casa forse una maggiore convenienza della cosiddetta ”tassa piatta” sugli affitti. Un’ipotesi possibile e realizzabile, se però verrà ridotto dal 15 al 5% lo sconto forfettario dell’imponibile Irpef sui redditi di locazione.

Comunque, il rilancio della cedolare secca sembra arrivare dall’aumento delle tasse ordinarie sugli affitti. E vediamo perché. A causa dell’introduzione dell’Imu i proprietari dovranno pagare dal 70 al 150% in più rispetto all’Ici pagata nel 2011. È per questo motivo che alcune categorie hanno chiesto una maggiore estensione della cedolare, ad esempio, alle case affittate dai privati alle imprese.

L’alternativa ci sarebbe. Introdurre, cioè, la deduzione delle spese sostenute e documentate dal padrone di casa, come accade peraltro in altri Paesi come il Regno Unito, la Francia e la Spagna, dove però alcuni costi possono essere scontati dal reddito solo al 60%. La proposta si basa su considerazioni che potrebbero rivelarsi valide: invece di pagare le tasse sul 95% del canone, è preferibile la tassazione sul 100% e poter dedurre dal reddito le spese effettivamente sostenute per la riqualificazione dell’immobile.

Per gli affitti a canone concordato il discorso è diverso. In quest’ambito, infatti, il reddito ai fini Irpef, oltre alla riduzione del 15%, ha un ulteriore sconto del 30%, per cui viene tassato il 59,5% del canone se l’immobile locato si trova in uno dei Comuni ad alta tensione abitativa. Se si riducesse veramente lo sconto forfettario, verrebbe tassato il 66,5% dell’affitto e quindi risulterebbe più conveniente la cedolare che su questi contratti è al 19 per cento.

Per i canoni convenzionati, però, l’introduzione del’Imu crea delle problematiche. In molte città, infatti, i contratti concordati avevano l’Ici azzerata o superscontata. Ora invece potranno avere al massimo l’Imu al 4 per mille, ma solo se i Comuni possono permettersi di praticare lo sconto. Il rischio è che gli affitti calmierati potrebbero ”sparire” in quanto non più convenienti per i proprietari.