Martine Rothblatt è una persona che ce l’ha fatta. Una persona. Punto. Nata Martin, e dunque in un corpo maschile, è sposata da trent’anni con una donna, Bina Aspen, e ha quattro figli che la chiamano regolarmente papà, dato che Martine ha deciso di iniziare il suo cammino verso una completa identità femminile solo nel 1994 (quando aveva dunque 40 anni).

Identità femminile che nel corso degli anni si è poi tramutata in qualcosa d’altro ancora: Martine ha deciso di avvicinarsi sempre di più a quella che si può definire una neutralità di genere, né uomo né donna ma entrambi. Per questo si diverte a dire che spesso le persone non sanno più se rivolgersi a lei o a lui. Ma è una sua scelta di libertà, accettata dalla sua famiglia, che come tale merita di essere rispettata, se non nuoce ad alcuno.

Martine non è soltanto un esempio di libertà allo stato puro, libertà di essere come ci si sente di dovere e voler essere; Martine Rothblatt è anche l’esempio di una persona che ha riscosso molto successo in campo lavorativo. E pazienza se oggi può piazzarsi in vetta alla classifica delle donne CEO più pagate d’America avendo iniziato a scalare la cima quando era ancora un uomo (le femministe rabbrividiranno): Martine deve essere il simbolo della tenacia universale, che riguarda sia uomini sia donne sia omosessuali, sia transgender o quello che preferite voi.

Fregandosene dei pregiudizi e di una società quasi mai pronta alla rottura dei suoi schemi tanto cari, Martine nel 2013 ha guadagnato 38 milioni di dollari dopo aver fondato una radio e una casa farmaceutica. In più, si interessa alla biotecnologia, alla nanotecnologia, alla robotica e all’intelligenza artificiale. Proprio questi suoi ultimi interesse l’hanno spinta a costruire un robot, Bina48 (dal nome di sua moglie, di cui possiede anche le sembianze), che è in grado di relazionarsi e di rispondere alle domande che gli vengono poste.

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