{#C’era una volta in Anatolia} segna la terza presenza vincente al {#Festival del Cinema di Cannes} per Nuri Bilge Ceylan, regista turco che nel 2011 si è aggiudicato il Gran Prix Speciale della Giuria dopo essersi accaparrato lo stesso premio per Uzak nel 2003 e il riconoscimento alla miglior regia per Le Tre Scimmie, datato 2008. Come per i suoi due predecessori, anche questa pellicola risente del tocco caratteristico di Ceylan, capace di affascinare attraverso la sua capacità di raccontare a piccoli passi, senza mai svelare tutto sin dalle prime immagini.

Galleria di immagini: C'era Una Volta in Anatolia

Tra attori provenienti dal cinema e dal teatro e non professionisti, C’era una volta in Anatolia racchiude in sé tutto il fascino delle capacità dei suoi interpreti. Tra i volti noti della pellicola c’è Taner Birsel, proveniente dal circuito del cinema d’autore, e Yılmaz Erdoğan, attore e regista turco che è salito agli onori della cronaca in patria con Vizontele, il suo debutto dietro alla macchina da presa

Una squadra di poliziotti, accompagnate dal dottor Cemal (Muhammet Uzuner), dal commissario Naci (Erdoğan) e dal procuratore (Birsel), è alla ricerca di un cadavere sotto la guida del suo assassino da loro arrestato. Nel viaggio lungo una notte tra le steppe dell’Anatolia, saranno molti gli indizi a venire alla luce, portando allo scoperto alcuni indizi del tutto inattesi.

Un’odissea lunga una notte, accompagnata dalla varia umanità che compone l’eterogeneo gruppo alla ricerca degli indizi di un omicidio, C’era una volta in Anatolia è un lento incedere del tempo capace di mettere a nudo i suoi protagonisti non con bruschi colpi di scena, ma con piccoli accenni di macchina da presa in grado di far perdere la mentenell’atmosfera fatta più di silenzi che di parole sullo sfondo di un prorompente paesaggio turco che diventa parte integrante della narrazione.

Due ore e mezza di pellicola che rischiano di mettere in ginocchio la volontà anche del più coraggioso degli spettatori, fortemente voluti dal regista che ha voluto così sfidare l’industria del cinema, rea di voler tirare al ribasso sulla durata dei suoi prodotti:

«L’industria cinematografica incoraggia i registi a realizzare film della durata standard di circa novanta minuti. Gli scrittori godono di molta più libertà e possono scrivere un romanzo di cinquanta pagine come di cinquecento. Invidio questa libertà e volevo sfuggire alla regola imposta dall’industria. Questo può scoraggiare una parte del pubblico, ma può affascinarne un’altra».

Con la scena che si chiude su un finale aperto, accompagnato dai suoni poco rassicuranti ma freddi e distaccati di una sala d’autopsie, C’era una volta in Anatolia è il viaggio di una notte nelle anime dei suoi protagonisti, avvolti da un sottile alone di mistero che ne fa delle figure definite pian piano dalla fioca luce delle lampade lungo lo scarno paesaggio che li circonda. Penalizzato probabilmente da una lunghezza imponente che si rivela in più di un’occasione oltremodo esagerata, anche a causa dalla totale assenza di azioni a scandirne il ritmo, gioca come carte migliori i suoi piccoli dettagli, fatti di ricercatezza tecnica che ne fanno un’opera thriller che sa di poesia.