Ci sono caratteristiche fisiche che ci lasciano indifferenti e altre che ci accendono. Se pensassimo contemporaneamente a tutte le persone che ci hanno fatto battere il cuore, scopriremmo che, per quanto diverse nel carattere e nel fisico, hanno un qualcosa in comune che li ha resi affascinanti ai nostri occhi.

Orbene, quel “quid”, secondo un recente studio americano pubblicato su Genomy biology, è la somiglianza con noi stessi.

Andando indietro nell’albero genealogico, troveremo così un antenato dalle caratteristiche simili a quelle che oggi ci affascinano in un uomo e a volte scopriremo sconvolte che ci lega anche una lontana parentela.

È quell’avolo in comune, insomma, la chiave della seduzione. Se cugini, cognati e compari, secondo la tradizione, sono le C da evitare il motivo risiede proprio nel fatto che in loro ci sono tratti genetici che possono attrarci.

L’Italia, però, nonostante la sua storia turbolenta e densa di invasioni, da duecento anni gode di una certa stabilità demografica, che rende più difficile identificare chiaramente l’attrazione della parentela.

Questo studio, realizzato in Sud America, che nel Novecento è stata meta di emigrazioni da ogni parte dell’Europa e del mondo, ha dato risultati inequivocabili. Le coppie più felici sarebbero, così, quelle i cui componenti hanno la stessa proporzione di geni autoctoni e stranieri.

È dal DNA, dunque, non dall’estetica o dal successo socioeconomico, che nasce il desiderio.

I latini narravano la triste storia di Narciso, il bel giovane innamorato perdutamente della propria immagine riflessa nell’acqua. Le fanciulle che lo corteggiavano lo lasciavano indifferente, perché il suo cuore batteva solo per sé stesso, per le sue sembianze.

Anche noi, a quanto pare, cerchiamo negli occhi del partner qualcosa di noi da amare.