Un nuovo termine si affaccia sul variegato vocabolario dei metodi per rovinarsi l’esistenza. Atelofobia. Non è una parolaccia, anche se sarebbe più facile se lo fosse.

La definizione è stata coniata dal dottor Paolo Mezzana, specialista in chirurgia plastica, dopo aver condotto uno studio sulla questione. Già, ma quale questione?

Molto più semplice di quanto possiamo immaginare: l’atelofobia sarebbe la paura di non essere perfetti a livello estetico, un problema che assillerebbe naturalmente più le donne degli uomini. Un malessere che esiste da molto tempo (probabilmente da quando si sono diffusi i mezzi di comunicazione di massa), ma che nessuno aveva ancora catalogato in modo così definitivo.

Più che una fobia comunque, io la definirei un’ossessione o comunque una terribile sensazione di inadeguatezza, capace di farci sentire un rifiuto della società per un rotolo idealmente di troppo o per un osso sporgente in meno.

Si tratta di una patologia seria, secondo il dottore di cui sopra, un male che ha origini a livello psichico e che può ripercuotersi anche sull’organismo. Soprattutto perchè  per porvi rimedio molte donne pensano al chirurgo plastico come alla soluzione di tutti i mali. Ma spesso i difetti che la popolazione femminile vorrebbe correggere sono inesistenti anche secondo i medici stessi.

Una sorta di sindrome da “arto fantasma” laddove però l’unico grande assente probabilmente è soltanto il nostro cervello. Offuscato, confuso e soffocato dagli stupidi ideali di perfezione estetica propinati falsamente dai media.

Lo dico da donna grazie al cielo istruita, più o meno adulta, dotata di una discreta intelligenza e soprattutto segnata da esperienze ben più gravi di un buco di cellulite: il rotolo di troppo può diventare un’ossessione. E’ in grado di suscitare disagio, malinconia, autentica sofferenza, invidia, malumore. E tutto questo pur sapendo razionalmente che si tratta di un’illusione del tutto simile a quelle raccontate da Platone nel suo mito cavernicolo.

Oltre alla famosa educazione all’amore e all’abbandono, ci servirebbe fin da piccole una bella educazione all’imperfezione. Sempre che il suo contrario, la perfezione appunto, sia percepita consapevolmente ed esclusivamente come un concetto astratto, corrotto, inumano e soprattutto del tutto inutile.

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