Ci sono due categorie di donne che vivono in funzione della dieta: le longilinee che non vogliono ingrassare e le cicciottelle che vorrebbero dimagrire.

Queste ultime, frustrate dai continui insuccessi, vittime della loro stessa fame, passano da un programma dietetico all’altro per rimanere invariabilmente deluse dopo quattro o cinque giorni di scrupolosa attenzione.

Ragioniamo: le diete tradizionali, con noi paffutelle, non possono funzionare per l’ottimo motivo che il nostro cervello non è in grado di dosare le porzioni e di limitare l’assorbimento di cibi. Se lo fosse stato, non ci troveremmo ora a contemplare tristi l’ago della bilancia che pare non voglia fermarsi più.

Ogni dieta che prescriva un quantitativo ridotto di cibo, o che imponga comunque una regola, è destinata al fallimento. Può funzionare per le donne normopeso che si sentono appesantite da quel chiletto in più sui fianchi, non per noi.

Partendo da questa premessa, Allen Zadoff, autore dell’interessante saggio “Fame. Che cosa ho imparato nel mio viaggio da grasso a magro“, nel quale spiega come è riuscito ad uscire dal circolo vizioso cibo / delusione / dieta / fallimento / cibo consolatorio, ha scoperto un concetto semplice ma rivoluzionario.