I citomegalovirus (CMV), appartenenti alla famiglia degli herpes virus, sono piuttosto comuni: l’incidenza della sieropositività da CMV oscilla fra il 50% e l’80% nelle donne in età riproduttiva; l’infezione è asintomatica nella maggior parte della popolazione sana, ma il virus viene spesso eliminato per lungo tempo con i vari liquidi biologici (saliva, urine, secrezioni vaginali, liquido seminale, latte e sangue) e sono pertanto questi la fonte principale di contagio. Nel 10% dei casi i sintomi sono simili a quelli della mononucleosi o dell’influenza; chi ha già contratto la malattia una volta non è necessariamente immune: a differenza del toxoplasma e della rosolia, il CMV non fornisce immunità permanente, anche se il contagio del bambino avviene più spesso in caso di infezione primaria e raramente in caso di reinfezione. 

Per quanto riguarda la diagnostica della malattia, esiste un test che rileva la presenza nel sangue di anticorpi contro il citomegalovirus. La presenza di anticorpi specifici di tipo IgG con IgM assenti indica uno stato di immunità, mentre l’assenza di entrambi gli anticorpi indica che non c’è mai stato contatto con il citomegalovirus. Se la donna presenta IgG positive e IgM negative all’inizio della gravidanza, il test non si ripete più, mentre si ripete ogni 4-6 settimane se non c’è immunità (assenza di anticorpi in quantità protettiva). Le IgM sono la prima risposta dell’organismo all’infezione, indicano pertanto una condizione recente dato che si negativizzano entro 4 – 6 mesi.

Quali i possibili danni per il bambino? In caso di infezione primaria, il 30-40% delle donne trasmette il virus al proprio bambino, il 10% dei feti infettati andrà incontro alla nascita a morte o a gravi conseguenze cerebrali con ritardo mentale . Del restante 90%, il 5-15% -asintomatico alla nascita-potrà sviluppare sordità di grado medio elevato. L’epoca gestazionale alla quale avviene l’infezione materna non influisce sull’incidenza della trasmissione del CMV, ma statisticamente sulla gravità delle conseguenze, dal momento che la maggior parte dei neonati sintomatici nascono da donne che hanno contratto il CMV nel primo trimestre. Alcuni danni fetali sono evidenziabili in utero mediante ecografia: questi sono ritardo nella crescita intrauterina, microcefalia, calcificazioni cerebrali, ventricolomegalia, ascite, cardiomegalia (miocardite).

La valutazione generale deve tener conto in primo luogo del tipo di infezione materna (prima infezione o riattivazione), che rappresenta uno dei principali fattori prognostici: le possibilità che il bambino non presenti danni sono, infatti, sensibilmente più alte in caso di riattivazione della malattia nella mamma, rispetto ai casi di prima infezione della gestante. A partire dalla 22 esima settimana è possibile effettuare l’amniocentesi per avere un quadro maggiormente chiaro. Non è possibile prevedere se un feto con infezione accertata, ma senza segni ecografici di compromissione sarà sintomatico o meno alla nascita.

Se l’infezione da citomegalovirus è tardiva (oltre le 24 settimane), esiste la possibilità della terapia farmacologica con gancyclovir (DHPG); inoltre esiste un vaccino contenente una forma di CMV vivo attenuato (ceppo Towne) con cui sono stati trattati con successo i pazienti a rischio (trapiantati o immunodepressi): l’immunità conferita da tale vaccino è sovrapponibile a quella post-infezione.

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