Illavoro è sempre un argomento che tira, non a caso è in tutti i programmi di Governo, per poi ritrovarsi tre le promesse disattese. Quando incontri qualcuno la prima domanda che ti fanno è: “E tu di cosa ti occupi?”.

Ci hanno creato un social network, Linkedin, per far vedere a tutti quanto ce l’hai lungo, il curriculum. Può essere full-time, part-time, occasionale, creativo, manuale e intellettuale. E secondo gli ottimisti la Repubblica Italiana vi sarebbe fondata. Però prima d’arrivare al lavoro devi passare da migliaia di annunci, referenze, ma soprattutto colloqui.  Nel momento in cui invii la tua candidatura sai benissimo che hai il 70% di possibilità d’essere schifato senza risposta, il 20% di entrare nella rosa dei fortunati, il 9,9% di essere chiamato e lo 0,1% d’ottenere il posto. Chiamano, fissano un appuntamento e  t’immagini già con la ventiquattrore in pelle attraversare, a rallentatore e con la colonna sonora dei Soprano, un corridoio affollato di gente che ammicca esclamando “Buongiorno Presidente”.

Noleggi “Wall Street” e ripassi le strategie di Gordon Gekko, studi il sito web dell’azienda (solitamente si vantano di essere ambienti stimolanti e multiculturali, che alla fine è un modo paraculo per dire che sfruttano immigrati disposti a lavorare fino alle 9). Arriva la giornata che aspettavi, il vestito buono (l’unico che hai, lo indossavi il giorno della laurea), poco gel per gli uomini, trucco discreto per le donne… E mi raccomando la stretta di mano: né debole, né spacca falangi, assolutamente mai sudata. Ti chiedono se vuoi qualcosa da bere, vorresti dire un Crystal con fragola sul bordo del flut, ma abbassi le pretese e acconsenti a un dozzinale caffè da macchinetta. Ora devi giocarti tutto te stesso, far capire che vali e quel lavoro ti sta a pennello. Dopo il solito quarto d’ora per spiegare la tua vita a un paio di sconosciuti con l’empatia di un tombino, tocca a loro capire se sei quel che cercano. Possono farlo tramite un test attitudinale o matematico, ma la maggior parte si affida alle domande che gli passano per la testa: il famoso metodo “Domande a minchia che non mi aiuteranno a capire che tipo è ma continuo imperterrito a fare”.

Dalla mia esperienza posso dire che anche nelle risorse umane ci sono dei casi disumani e subito capirete perché.

Le peggiori domande che possono farti a un colloquio

- “Come si vede tra 5 anni?”

Nella tua mente: “Ma che banalità, ancora chiedono questa roba? Con una villa a Mondello, occhiali a specchio, mangio una granita mentre coccolo il mio coniglio nano e chiamo la domestica Consuelo per chiederle di non passarmi telefonate”.

In realtà: “Occupo una posizione che richiede maggiori responsabilità e coordino un team”.

- “Come mai ha lasciato l’Italia? Voglio dire, cibo e sole…”

Nella tua mente: “Senza lavoro non compri cibo e il sole non riempie lo stomaco, poi vacci tu a lavorare per 500 euro per 5 giorni a settimana, anche 6 a volte. Ah, i 500 euro sono lordi”.

In realtà: “Voglia di arricchire il mio percorso umano e convivere con una cultura diversa, un’esperienza all’estero richiede impegno e non ho paura di affrontare nuove sfide”.

- “In caso di dissidi coi colleghi, come si comporterebbe?”

Nella tua mente: “Ci vediamo all’alba dietro la stazione, spada o pistola, non ho nessun problema”.

In realtà: “Cercherei di far capire il mio punto di vista, sperando di raggiungere un accordo comune”.

- “Le piace Berlusconi?”

Nella tua mente: “Grandissima testa di cazzo, ho detto che sono italiana, non cretina! E adesso chiama tua moglie, dille che stasera non torni”.

In realtà: “Rappresenta un modello che non mi appartiene, sia eticamente che ideologicamente”.

- “Sei disposto/a a lavorare per noi, sapendo che devi uscire di casa alle 5 e tornare a mezzanotte viaggiando con ladri e assassini?”

Nella tua mente: “Ma che lavoro è? Impiegato o James Bond?”.

In realtà: “Certo! Non mi spaventa sapere che potrei morire”.

- “Vivi con qualcuno?”

Nella tua mente: “Con altri 7 miliardi di persone, sulla Terra”.

In realtà: “Ho dei coinquilini”.

- “Vuole dei figli? Non la interpreti male, giusto per sapere se è più adatta a lavoro da ufficio o per trasferte…”

Nella tua mente: “Lo sapevo, la domanda discriminatoria per eccellenza”.

In realtà: “Ma si figuri, con le tube di Falloppio c’ho fatto una fionda!”.

Nota bene: le domande sono tratte dalla realtà, tramite esperienze dirette e di amici. Ecco perché faccio un appello alle aziende: Non affidatevi alle risorse umane, se proprio volete assumere qualcuno, fate il tocco.