C’è stato la scorsa notte ad Hollywood l’incontro più atteso della consegna degli Oscar, ed era tra gli ex coniugi registi Kathryn Bigelow e James Cameron, entrambi candidati per le statuette più ambite del mondo del cinema. Il risultato? La Bigelow batte Cameron e si porta a casa sei statuette contro le tre assegnate al suo ex marito per il gettonatissimo Avatar (migliore scenografia, migliore fotografia e migliori effetti speciali)! Contrariamente a quanto registrato dai botteghini, presi d’assalto per il film di Cameron e praticamente ignorati per “The hurt locker”, promosso invece dalla critica, ad Hollywood questa volta il talento è donna, e per la prima volta nella storia del cinema viene premiata una regista. Beh, per essere una prima volta, direi che è andata decisamente bene, con nove nomination e sei vittorie.

The hurt locker, il film di guerra con cui la Bigelow si è portata a casa l’Oscar per miglior film, migliore regia, miglior montaggio, miglior montaggio del suono, miglior missaggio del suono e migliore sceneggiatura originale, tratta uno dei temi più scottanti di questo periodo a livello mondiale, la guerra in Iraq, vista e vissuta da un’unità di soldati americani. Tale unità, comandata da un esperto, ha il compito di disinnescare ordigni esplosivi in una terra dove ogni cosa o persona può essere una minaccia mortale. Con lo scopo di rendere il più possibile l’idea della guerra, la Bigelow si concentra in particolar modo sulla psicologia dei militari impegnati in questa missione, tutti volontari, sottoposti ad una pressione psicologia insopportabile, che impedisce loro di tornare alla vita normale.

Volevo essere immediata, dare un’ opportunità di onesta osservazione diretta, rispondere alla fame di verità, e preoccuparmi meno dell’estetica

Queste le parole della regista, e a giudicare dai risultati di ieri notte, direi che ci è riuscita alla grande. La Bigelow resta molto vicina al suo film anche nel momento del ritiro delle statuette, e dedica le sue vittorie a “tutti gli uomini e le donne che portano un’uniforme in ogni parte del mondo”.