#MeriamDeveVivere. E’ questo l’hashtag che oggi il popolo di Twitter lancia per tentare di cambiare la sorte di Meriam Yehya Ibrahim, sudanese, incinta all’ottavo mese e in carcere da febbraio con una condanna a morte per impiccagione a pesarle sulle spalle. La causa? Aver sposato un uomo cristiano ripudiando, così, la sua fede musulmana, ma anche aver consumato un’unione non valida perché non riconosciuta dalla sua religione (per questo condannata anche a 100 frustate).

La ragazza, 26enne, già mamma di un bimbo di 20 mesi, è stata denunciata da un parente ed è stata accusata dal tribunale di Khartum di “apostasia” e cioè rinnegazione della propria religione. La notizia riportata dai media internazionali ha subito dato vita ad una mobilitazione di livello globale che ha spinto i giudici sudanesi a fissare la data dell’esecuzione nel 2016, due anni dopo il parto.

L’avvocato di Meriam, Al-Shareef Ali al-Shareef Mohammed, nel frattempo, ha annunciato che presenterà ricorso contro la sentenza, definendo il verdetto affrettato e debole dal punto di vista giuridico poiché i principali testimoni della difesa non sono stati ascoltati e i principi di libertà di religione e uguaglianza tra i cittadini previsti dalla Costituzione del Paese sono stati bellamente ignorati: “Il giudice ha oltrepassato il proprio mandato quando ha deciso che il matrimonio di Meriam non è valido perché suo marito non appartiene alla sua religione”, ha dichiarato al-Shareef Mohammed, aggiungendo che “il giudice pensava più alla legge islamica sharia che non alle leggi e alla Costituzione del Paese“.