Coppia: non è questione di quanto si parli, ma soprattutto di cosa ci si dice. Anche i partner più logorroici, quelli che vanno fieri del dialogo reciproco, possono fare l’errore di credere che comunicare tanto sia davvero sinonimo di apertura. Forse è così, ma non è tutto. Il punto è che l’interscambio verbale nella {#coppia} non è che la facciata di verità che nascono da dentro. E che spesso restano lì, custodite come tesori impossibili da condividere.

La psicoterapeuta Erica Volpi l’ha messo nero su bianco, affermando che nella vita a due il problema non è il silenzio in senso stretto. La  mancanza di dialogo è qualcosa di molto più profondo, e se non si provvede a sciogliere il nodo in tempo utile gli equilibri potrebbero alterarsi fino a spezzarsi. Anche per evitare che uno dei due finisca per cercare altrove quello che non riesce più a trovare nel partner, quando invece basterebbe cominciare a parlarsi davvero.

Ci sono desideri che non vengono comunicati, esperienze che si finisce per non raccontare più. Spesso è un problema di aspettative, che proprio come pezzi di puzzle tra loro diversi non riescono proprio a trovare l’incastro. Nell’ambito della famiglia, sia gli uomini che le donne rischiano di annullarsi. Si porta avanti un progetto comune, che dà felicità, ma che viene strutturato secondo la sensibilità e le speranze di soltanto uno dei due. Esigenze che spesso non coincidono, e che prima o poi finiscono per presentare il conto, come ricorda la stessa Volpi:

«Noi donne spesso siamo intrappolate in un percorso di vita che è diventato ormai un cliché. Fidanzamento, {#matrimonio}, un figlio, un secondo figlio. Dopodiché, una volta che i figli hanno raggiunto una certa autonomia si va in crisi perché si scopre di non essersi chieste fino a quel momento cosa si vuole veramente. La crisi arriva quando, completato il progetto, ci si accorge che non era un desiderio comune, e che con il partner si è viaggiato su due binari paralleli.»

Quello dei figli è uno dei punti cruciali. Capita spesso che uno dei due coniugi voglia fermarsi al primo, mentre l’altro punta ad averne di più. E cominciano gli attriti, le divergenze, o quantomeno quei piccoli grandi compromessi che causano infelicità e che un giorno potrebbero provocare una crisi. Per non parlare dell’educazione da dare loro, frutto di esperienze familiari personali e per questo inevitabilmente diverse. Ognuno mira a impartire ai propri figli una serie di insegnamenti che sono lo specchio di ciò che si faceva a casa propria prima di diventare genitori. Spesso questo sfocia in un atteggiamento testardo che mina la stabilità della coppia fin dalle fondamenta.

Occhi aperti anche sul fronte del lavoro. La Volpi mette in evidenza come oggi sia raro che un uomo obblighi la propria compagna a non portare avanti un percorso professionale che sia soltanto suo. Ma resta d’attualità un pregiudizio di fondo che impedisce alla donna di spiccare il volo davvero: la gestione domestica resta ancora quasi del tutto nelle sue mani, come se questa fosse una regola non scritta che si è tenuti a rispettare anche nel terzo millennio. Il risultato? Lei non ha il tempo materiale per trovare un appagamento professionale, presa com’è dalle faccende di casa.

Ma può il silenzio essere anche un bene? Secondo la psicoterapeuta si finisce spesso per non parlare, e la ragione è quella più banale: evitare il conflitto. Dimenticando, però, come le crisi abbiano un ruolo ben preciso all’interno della coppia, vale a dire quello di rigenerarla. È buona cosa, dunque, non far leva sul “non detto” per un presunto fin di bene, o quantomeno di non cadere troppo spesso in questa sorta di trappola. La Volpi ricorda inoltre che non bisogna mai aspettarsi che sia l’altro a fare il primo passo.

«Dobbiamo partire da noi stessi, provare a fare dei piccoli cambiamenti. In fondo è sempre valido il principio del sasso nello stagno: basta un piccolo spostamento perché tutto si muova di conseguenza.»

Terapia o non terapia? Secondo la dottoressa ci si accorge quasi sempre troppo tardi di quanto ce ne sia veramente bisogno. E ci sono dei segnali che non vanno trascurati. Il primo è il senso d’insoddisfazione personale, che si tende a trascurare a causa di una certa cultura del sacrificio tipica della nostra società. A un certo punto appare normale che il nostro benessere debba passare in secondo piano, ma in fin dei conti non è così. Altro campanello d’allarme è la mancanza di condivisione. È normale che ognuno segua un proprio percorso, e non occorre impuntarsi affinché lei s’innamori del calcio o lui impari ad apprezzare il “piacere” dello shopping. Servono, però, degli interessi in comune. Pochi ma buoni, e mai troppo vicini allo zero.