È stata la piaga dei tossicodipendenti negli anni ’80, quella degli omosessuali negli anni ’90 ed ora sembra avere trovato un nuovo target di diffusione: le coppie stabili eterosessuali. Stiamo parlando del virus dell’HIV che, a 30 anni dalla sua scoperta e nonostante i progressi della scienza, è ancora lontano dall’essere sconfitto. Uno spostamento di vittime che trova motivazioni non tanto nell’evoluzione del retrovirus in sé, quanto nella trasformazione delle abitudini della {#coppia}.

Oggi la droga non è più la causa di contagio primario, perché sono cambiate le usanze dei consumatori. A spopolare solo le sostanze in pasticca o da sniffo, quali ad esempio la cocaina, e così l’eroina per endovena ha perso appeal e, con esso, si è ridotto di conseguenza lo scambio di siringhe infette. La trasmissione sessuale, perciò, è la principale responsabile dell’HIV ai nostri tempi ma, se la comunità omosessuale ha cercato di investire sulla consapevolezza e la protezione, quella eterosessuale si è decisamente lasciata andare al caso.

Sembra quasi l’avverarsi di una profezia, quel “a me non capiterà” evidentemente non gradito al destino. E così è boom di contagio fra gli eterosessuali, soprattutto fra i meno giovani, moderne macchine da {#sesso} in età da prepensionamento. Come dimostra uno studio pubblicato meno di un mese fa su Vanity Fair, sono infatti i 55enni le nuove vittime sacrificali della malattia: han ritrovato grazie alla medicina i poteri sessuali della giovinezza e si lanciano in rapporti non protetti, forse memori dei vecchi tempi quando l’AIDS non era ancora conosciuta.

Il Viagra e altri metodi efficaci contro l’impotenza hanno allungato l’età in cui gli uomini sono sessualmente attivi e, per conseguenza diretta, anche l’età massima del piacere femminile. Tuttavia in questa fascia manca ancora una consapevolezza sufficiente dei pericoli e il condom viene considerato come un’inutile orpello, concezione rafforzata anche dall’assenza dello spauracchio di una gravidanza indesiderata. Per questo motivo, molti uomini si lanciano in rapporti non propriamente sicuri, magari con prostitute ancora convinti che l’HIV sia una “malattia dei gay”, non si sottopongono ai test diagnostici per stabilire l’infezione e, così come abbiamo scoperto qualche tempo fa, in caso di contagio non si preoccupano di informare la compagna. Altri, invece, consapevoli del pericolo di contrarre la malattia declinano l’uso del profilattico per non sacrificare l’ebbrezza sessuale o, semplicemente, per recuperare una trasgressione persa in gioventù.

Un problema che rischia davvero di diventare una nuova piaga del terzo millennio, anche alla luce del fatto che in Italia ogni anno ci sono 4.000 nuove infezioni, di cui un terzo totalmente inconsapevole a chi ne è affetto. A questo si aggiunga che l’apparente cronicizzazione della patologia consentita dagli antiretrovirali ha spinto molti individui ad assumersi il rischio, trattando il problema dell’HIV alla stregua di un banale raffreddore.

Lo Stivale presenta oggi 150.000 italiani sieropositivi, con 500 morti l’anno per mano dell’AIDS conclamata. Fra questi, l’infezione tramite siringa ha raggiunto livelli decisamente bassi, quella nelle comunità LGBT si mantiene pressoché costante tranne qualche picco tra le giovani generazioni disinformate e il resto è appannaggio degli eterosessuali. Fra quest’ultimi, ad essere maggiormente penalizzate sembrano essere le famiglie di immigrati, con un 30% dei contagi tra popolazioni provenienti dal Sudamerica e dall’Africa subsahariana. Ma se per quest’ultimi vi può essere la giustificazione della scarsa informazione data la ritrosia dei governi africani e delle associazioni religiose all’incentivazione all’uso del profilattico, per le coppie italiane non sembrano esserci scusanti di sorta. La domanda, quindi, sorge spontanea: vale davvero la pena di rovinare la serenità di una vita solo perché la farmacologia ha aumentato le potenzialità amorose di una classe d’età tradizionalmente volta alla pace dei sensi?