Lavoro e precariato: la percentuale è sempre più alta e raddoppia per certe categorie. È quanto emerge da una recente indagine Isfol che valuta al 12,4% la parte di lavorati con contratti atipici. Ma tra i giovani nella fascia tra i 18 e i 29 anni la percentuale sale al 25%.

L’indagine che mette in evidenza i dati sul precariato in Italia, ha coinvolto 40mila individui tra i 18 e i 64 anni nell’ambito delle statistiche nazionali: l’Isfol ha individuato tre categorie più colpite dal precariato, giovani, donne e meridionali. Non potrebbe essere peggio per il futuro del paese.

Nel periodo 2008-2010 il 63% degli occupati precari è rimasto nella stessa condizione oppure ha perso il lavoro: nel solo 2008 i licenziati sono stati mezzo milione. Cifre drammatiche, così illustrate da Aviana Bulgarelli, direttore generale dell’Isfol:

«Possiamo parlare di un mercato del lavoro meno permeabile, in cui l’ingresso prima e la stabilizzazione delle posizioni lavorative poi avvengono con più difficoltà. Il lavoro non standard aumenta le probabilità di transitare verso un impiego stabile. Tuttavia, la velocità di trasformazione di conversione dei contratti flessibili in occupazioni stabili si è ridotta e gli esiti negativi sono aumentati, segnale che la crisi l’hanno pagata in particolare gli atipici e coloro che nel mondo del lavoro ancora non erano entrati a fine 2008.»

Gli ultimi, in questo sistema, resteranno gli ultimi. Come risolvere? Al momento le strade sembrano essere due, non per forza incompatibili: ridurre lo svantaggio (femminile, ad esempio) con interventi strutturali, cioè con più Stato. Una ricetta non particolarmente originale, e sostenuta dai sindacati, ma che può dare qualche risultato. Il ministro Elsa Fornero, com’è noto, e il governo Monti, sono attratti all’idea di introdurre nuovi contratti basati sul concetto di flexicurity, ma questo comporterebbe l’accantonamento di alcuni articoli dello Statuto dei lavoratori, compreso il famoso articolo 18.

Su almeno due punti però sono tutti d’accordo: questa incidenza di occupazioni atipiche è decisamente sbilanciata per età, quindi c’è una questione di equità generazionale da affrontare (vedi riforma pensionistica per assicurarne un’anche ai giovani), che è dovuta in particolare ai laureati, che mostrano una buona performance nella capacità di passare dal contratto atipico a quello atipico, ma è anche la categoria che ha il numero più alto di persone rimaste inchiodate alla precarietà: un laureato su due.

Inoltre, una quota di apprendisti a neppure il 2% è troppo bassa, quindi vanno rivisti i contratti di apprendistato, cercando di sostituirli, col tempo, all’uso di quelli atipici, fornendo alle aziende degli incentivi triennali a cui far seguire l’obbligo di assunzione a tempo indeterminato. Ma ovviamente i datori di lavoro sono preoccupati che con l’attuale welfare questo comporterebbe un aumento spropositato dei costi per le eventuali riduzioni di posti di lavoro e conseguenti casse integrative.

L’unica soluzione è rendere più costosa la precarietà rispetto ad altre forme più riconosciute di ingresso nel lavoro senza perà cascare nell’effetto contrario.

Fonte: Ansa