Dall’inizio dell’anno si è registrato un +15% di poveri, in Italia. Dall’esplosione della crisi economica, tre anni fa, la Caritas ha accolto molte più persone, con un’impennata che porta oggi ad affermare che un italiano su tre si è rivolto a un centro di aiuto o lo farà molto presto. Questa sofferenza è dovuta alla crisi del welfare attuale, che ha puntato tutto sulla capacità della famiglia. Ma ormai anche la famiglia non ce la fa più.

I dati forniti dall’ufficio per la carità della chiesa cattolica sono sconvolgenti: in tempo di crisi economica un italiano su tre ha cercato almeno una volta aiuto in un centro; +44,5% di elargizione di beni materiali; +174,8% di coinvolgimento di altri enti e associazioni nell’attività; aumentano casalinghe (+177,8%), anziani (+51,3%) e pensionati (+65,6%) nell’elenco delle persone che sono passate dalla semi-povertà alla povertà.

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È la crisi dello stato sociale che preme sui conti pubblici, che non sono in grado di rispondere e così si attiva la solidarietà. Oggi «L’Avvenire», quotidiano dei vescovi, ha ribadito con parole molto condivisibili, in prima pagina, la priorità assoluta: la lotta contro la povertà.

«In una crisi di dimensioni epocali, dove l’esigenza del risanamento costringe a scelte difficilissime e impegnative, con ricadute sociali evidenti e anche assai dolorose, di tutto c’è bisogno fuorché di misure che, non da tecnici sono state messe a punto, ma da "burocrati" e "funzionari", capaci di superare la volontà dei ministri, a loro volta miopi nella volontà di leggere la complessità e i bisogni della società italiana. Tutto può essere modificato, risanato, tagliato o incrementato, l’Iva come l’Imu o l’Irpef, ma è la politica che deve essere abile nell’individuare le priorità da salvaguardare o esentare nei modi possibili.

E tuttavia non può essere incolpata la politica se la stessa società non è in grado, in una fase così complessa, di sfrondare il dibattito dal superfluo, dalle diatribe non necessarie, per intendersi su che cosa dovrebbe essere considerato veramente indispensabile, fondamentale. E se non sono essenziali i bambini, le famiglie, l’economia civile, che cosa lo è?»

Le tendenze emerse dal rapporto della Caritas – rilevata da un campione di 191 Centri di ascolto in 28 Diocesi – raccontano un’Italia anche diversa da quella che si vede alla televisione. Aumentano le problematicità delle persone, con storie di vita complesse, di non facile risoluzione, che coinvolgono tutta la famiglia; la fragilità occupazionale è sempre più evidente e diffusa; aumentano gli anziani e le persone in età matura; si impoveriscono ulteriormente le famiglie immigrate. Gli utenti Caritas sono in prevalenza donne (53,4%), soggetti coniugati (49,9), persone con domicilio (83,2%). Un quadro molto diverso dall’idea comune della Caritas come il luogo dove si rifugiano i senza tetto.

I nuovi poveri sono coloro che hanno figli piccoli, le casalinghe scarsamente istruite, tantissimi anziani, con pensione insufficiente. Un dato che predoccupa è l’aumento dei genitori separati che si rivolgono alla Caritas: nel 2011 il 3,1% dei padri e il 6,7% delle madri, mentre nel 2009 erano rispettivamente il 2,3% e il 4,5%. È uno dei dati più in crescita. Don Francesco Soddu, da gennaio nuovo presidente della Caritas, così commenta questo particolare aspetto della povertà derivante dalla crisi della famiglia:

«Le cronache riportano con frequenza crescente le storie di molti genitori separati: tanti uomini costretti a vivere in automobile, lontani dai propri figli e costretti a una vita di stenti. Il fenomeno è certamente presente nel nostro paese, anche se non sembra ancora affacciarsi ai Centri di Ascolto con significativa intensità. Ma la fragilità sociale dei genitori separati appare soprattutto alla Caritas come un fenomeno al femminile, sia a livello di presenza assoluta, che di presenza crescente, nel tempo, di una consistente povertà di madri che hanno vissuto l’esperienza del nido spezzato.»

Fonte: Avvenire