Abbiamo cambiato modo di vestirci, di divertirci, di risparmiare e di fare le vacanze, ma non basta: la crisi economica ha cambiato anche il modo in cui ci alimentiamo, sia nella qualità che nella quantità.

La colpa è anche dell’inflazione sempre più alta, dell’aumento esagerato del prezzo di materie prime come i cereali, e di alcune speculazioni a hoc su certi alimenti. Il risultato è che le famiglie italiane mangiano diversamente rispetto a qualche anno fa, e purtroppo il cambiamento è avvenuto in peggio.

Galleria di immagini: Spesa al supermercato

Si acquista meno e malamente. Secondo una ricerca condotta da Ismea (l’Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare), nel 2010 la spesa per prodotti agroalimentari si è contratta dell’1,6% rispetto all’anno precedente.

La frutta e la verdura costano, quindi le si lascia sempre più spesso negli scaffali, preferendo prodotti più economici che però non fanno altrettanto bene. I rincari hanno peggiorato una situazione già difficile, la frutta fresca è aumentata del 5,3% in un anno, il pesce del 2%, gli ortaggi di un inspiegabile 3,4%.

Questi alimenti sani ma dispendiosi sono stati sostituiti da altri il cui prezzo è invece sceso: la carne di maiale (-0,1%), il pollo (-5%) e i surgelati (-4,5%). A una fettina di vitello, quindi, ecco che viene preferita una salsiccia, e alle verdure fresche si preferisce quelle surgelate. Le tasche ci guadagnano ma a risentirne è la salute, che non va d’accordo con un’alimentazione di questo tipo.

L’unico alimento che resiste è l’olio d’oliva, di cui gli italiani sembrano non poter fare a meno a prescindere dal prezzo. Ci si orienta, però, su quelli meno costosi e pregiati.

Ma perché aumentano i costi? I motivi sono tanti: in parte a causa degli speculatori, che vedendo aumentare la richiesta di una certa materia prima (per esempio i cereali) ne trattengono le scorte, e in parte per l’aumento del costo della benzina, necessaria ai numerosi (e spesso insensati) trasporti del materiale dal luogo di produzione, a quello di stoccaggio e infine a quello di vendita. Secondo la Coldiretti ogni alimento percorre una media di 2mila chilometri prima di giungere nel nostro piatto: è un dato incredibile, che dovrebbe far riflettere sulla necessità di iniziare a consumare gli alimenti del territorio, ispirandosi alla filosofia del “Chilometro Zero”.

Cercare di acquistare frutta e verdura direttamente dal produttore, approfittando dei vari mercati cittadini in cui si riuniscono gli agricoltori, è senz’altro un’ottima idea: la maggior parte del costo di un prodotto (circa il 40%) è infatti da imputare alla grande distribuzione.

E se proprio si deve risparmiare sul cibo, meglio farlo sugli alimenti nocivi o inutili: in una bottiglia di aranciata, per esempio, talvolta c’è a malapena il 3% di succo. Una buona spremuta fatta in casa finisce per costare uguale apportando però il massimo beneficio e senza aggiunta di zuccheri e conservanti.