Sarà vero che nei Festival le emozioni non sono ammesse? Sicuramente dal modo in cui è stato accolto dalla stampa il secondo film italiano in concorso, “Quando la notte” di Cristina Comencini, sembrerebbe proprio di sì.

Fischi e boati hanno fatto da sfondo ai titoli di coda di un film che parla del difficile compito di essere madri, del meccanismo complesso che subentra nella psiche di una donna sola, sempre in bilico tra l’amore incondizionato verso il proprio figlio, alternato a una crudele sensazione di violenza e odio nei suoi confronti.

Galleria di immagini: Quando la notte

Il film, tratto proprio dal romanzo della Comencini, tocca il tema tabù della maternità, proprio come spiega lei stessa. Durante la proiezione, non poche sono state le analogie, volute o casuali (anche se la regista conferma la seconda opzione), che hanno portato alla memoria dello spettatore la terribile tragedia di Cogne. A partire dai luoghi: monti isolati, dove la vita trascorre lenta e la solitudine spesso diventa un fardello difficile da sopportare.

E poi c’è Marina, interpretata dalla brava Claudia Pandolfi, che in molte occasioni ricorda proprio Anna Maria Franzoni, specialmente nell’atteggiamento instabile e spesso ambiguo.

La Comencini, nonostante il risultato decisamente diverso dalle aspettative, che però ha comunque impressionato il pubblico che ha applaudito la pellicola per 8 minuti di seguito, difende il suo film con le unghie e con i denti:

“Una cosa del genere non mi era mai capitata, ma certo il film è molto duro, descrive sentimenti delicati e può provocare una reazione di rigetto, tanto più in un Festival dove la tendenza a rifiutare le emozioni può diventare violenta. Ero stata ottimista, il romanzo è andato molto bene, pensavo che il tabù non fosse così tanto radicato, e invece il cinema, con la forza delle immagini, colpisce forte, più di tutto”.

L’unico a prenderla con ironia è il protagonista maschile della storia, Filippo Timi, nei panni di Manfred, una guida alpina indurita nel volto e nell’anima a causa di un doppio abbandono forse mai riuscito a metabolizzare. L’attore, che abbiamo già visto nei giorni scorsi a Venezia per il film “Ruggine“, scherza sui fischi ricevuti in sala:

“Ammettiamolo, il mio personaggio per certi aspetti è comico, talmente chiuso da apparire quasi divertente. Però se sono diventato un attore cane tutt’insieme, allora mi metto ad abbaiare”.

Fonte: Corriere della Sera