Non sono più una ragazzina. Da un bel pezzo per la verità, come ci tiene a sottolineare mia madre che già intorno ai miei vent’anni cercava di farmi cadere nel panico preventivo della decadenza fisica che di lì a poco mi avrebbe colpita, impedendomi così di accalappiare l’uomo che avrebbe dovuto impalmarmi, incantato da un mio semplice battito di ciglia. I vent’anni sono passati, il mio corpo non è ancora rovinato al suolo e, nel caso decidesse di darla vinta alla forza di gravità in barba alla palestra, potrò sempre puntellarlo con reggiseni miracolosi e pantaloni “che tirano su” (mi fanno un po’ paura, ma passerà).

Quel che mi preoccupa invece, per quello che combinano i miei pensieri, è la testa. Generalmente non ragiono come un’attempata signora che lancia strali contro la decadenza dei costumi e la mancanza assoluta dei valori nei giovani d’oggi. Però stasera mi sono sorpresa a parlare con alcune amiche del bullismo nei “giovani d’oggi”. Il discorso è caduto, inevitabilmente, sul “cyberbullismo”.

La cronaca ci racconta di più di un caso che ha visto ragazzi e ragazze franare rovinosamente sotto il peso di insulti e offese che viaggiano e si espandono nella rete. Parole sul bullismo ne sono state dette a fiumi, ognuno pare avere la sua tesi e la sua ricetta per guarire da questo abominio culturale. Ma a dispetto di proclami e buoni propositi per sconfiggere la tanto blaterata “piaga del bullismo”, l’aggressività verbale sui social network permane nel suo flusso continuo, persevera in un abbrutimento neuronale che non pare avere fine, che fa moda, che fa “clan”, che rende “fighi” e fieri dell’appartenenza a un gruppo. Di idioti, s’intende.

Trovo ridicolo e profondamente ipocrita stupirsi e scagliarsi contro il bullismo come se fosse un fenomeno figlio della rete. È sempre esistito, da sempre esistono cretini che, per mettere insieme i pezzi di un’identità traballante, ringhiano e attaccano. E io che sono stata una “quattr’occhi” prima, e una con un cognome “ingombrante” poi, lo so bene. La differenza è che in rete le offese viaggiano veloci e viaggiano lontane, non si tratta più solo di tenere testa ai bulletti della scuola o del quartiere. Le notizie sono “grandi”, le minacce sono facili e protette dalla distanza che impone il virtuale, e i social network diventano, vergognosamente, megafoni immondi di umana vigliaccheria.

Tra gli episodi di bullismo più folkloristici ci sono quelli che hanno visto nel ruolo sia di vittime che di carnefici alcuni directioners (i fans degli One Direction, per chi non avesse passato, come me, ore in trans a leggere a bocca spalancata i tweet surreali di questi fanciulli). Due ragazze sono state bersaglio di insulti e minacce inimmaginabili solo per avere vinto la possibilità di avvicinare i loro idoli.

Non voglio adesso speculare sulle motivazioni psico-sociologiche che spingono un esercito di ragazzine e ragazzini a delirare per 5 ragazzetti efebici dalla voce di usignolo, eletti a nuovi sex symbol, per quanto difficilmente riesca a intravedere qualcosa in loro che ricordi vagamente il concetto di “sex”. A me d’altronde piaceva Jim Morrison, bello, dannato, delirante, sopra le righe e pure già morto, tanto per non farci mancare niente. I gusti sono gusti, e il problema non è quale stella riesca a mettere in subbuglio l’apparato ormonale dei giovani, ma il fanatismo perverso che ha trasformato il diritto sacrosanto delle ragazzette di avere attacchi isterici davanti ai propri idoli, in violenza.

Il punto è che adesso gli One Direction si sono schierati pubblicamente (e furbescamente) contro il bullismo.

Alcune domande mi sorgono spontanee: che faranno ora i bimbiminkia che per giorni hanno avuto come unico scopo della vita quello di scagliarsi contro la ragazza salita sul palco durante un concerto? Si sentiranno traditi dai loro idoli e cambieranno bersaglio ormonale? Infileranno la testa sotto la collezione di mascherine di I-phone come struzzi 2.0? Oppure, in un momento di iperattività neuronale, faranno una bella riflessione sulle cazzate che hanno fatto e si metteranno in discussione?

Chi lo sa. Quel che è certo è che una bella crisi esistenziale non gliela leva nessuno.

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