Sono ormai passati tre anni dal suo ultimo lungometraggio, il controverso “Inland Empire”, amato e odiato al tempo stesso. Eppure David Lynch ha raggiunto quella condizione concessa a ben pochi registi, ovvero quella di regista di culto. Un culto, quello lynchano, tutto particolare, come lo è il personaggio che lo ispira. Perché il poetico e visionario regista americano è anche un artista a 360 gradi: pittore, fotografo, musicista.

Le sue opere cinematografiche hanno sempre avuto un piede nel campo dell’arte contemporanea. Sono ormai cristallizzate nella mente di tutti le immagini dai colori saturi di “Dune”, le apparizioni metafisiche di “Twin Peaks” e i rompicapi di sceneggiatura di “Mullholland Drive”. E delle sue visioni eccentriche, anche se tanto legate alla realtà, ne discutono artisti e critici.

Questo accadrà fra il 30 ottobre e il primo novembre alla Tate Modern di Londra, dove in tre serate si parlerà del personaggio Lynch, fra arte e psicanalisi, e delle sue opere cinematografiche. Al simposio parteciperanno anche artisti come Gregory Crewdson e Chris Rodley. Riprova del valore nell’arte contemporanea dato a Lynch è la mostra (la prima in Italia) svoltasi a Milano presso la Triennale fra il 2007 e il 2008, dove erano esposti dipinti, fotografie, e cortometraggi.

Nel frattempo Lynch è sempre attivo per il cinema e in generale per il mondo delle immagini, specialmente come produttore. Dopo aver prodotto l’horror diretto da Werner Herzog “My son, my son, what have we done?”, è ora impegnato a supervisionare il progetto del figlio Austin Jack dal titolo “Interview Project”, una serie di interviste fatte lungo le immense strade americane alla gente comune. Il documentario è apparso sul Web e dovrebbe presto giungere sul piccolo schermo in USA. Insomma, una vita intensa, dove il cinema e l’arte sono una cosa unica.