Quando mi hanno proposto di intervistare la regista Alina Marazzi (foto by InfoPhoto) ho avuto un momento di difficoltà. Conoscevo il suo lavoro, le tematiche che ha spesso trattato e ho avuto un po’ di paura ad affrontare una chiacchierata con lei. Alina, infatti, elabora da tempo il topic del rapporto mamma-figlio: la maternità e tutto ciò che essa comporta a partire dalla presa di coscienza della gravidanza, il momento in cui la vita di una donna cambia. Completamente. I miei timori sono generati dalla consapevolezza di essere attualmente inadatta a vedere il mio corpo deformarsi, la mia libertà limitarsi: il solo sentir parlare di bambini mi procura un pruriginoso effetto orticaria. Terribile.

Nonostante ciò, però, ho pensato che scambiare due parole con lei avrebbe contribuito ad assumere un punto di vista differente, forse più consapevole, sicuramente carico di tutte quelle esperienze che altre donne avevano deciso di condividere con lei in occasione della produzione di Tutto parla di te, la sua ultima fatica cinematografica.

Una docufiction  che coniuga la storia di due donne, Pauline (Charlotte Rampling) e la ballerina Emma (Elena Radonicich) che, a un certo punto della loro vita, si incontrano in un Centro per la Maternità, creando tra loro un rapporto di complicità che in un gioco di rispecchiamento porterà la prima a fare i conti con il proprio tragico passato e la seconda a ritrovare un senso di sé anche nella sua nuova identità di madre.

Come è nato il progetto di Tutto parla di te?

“”Tutto parla di te” è la conclusione di una riflessione iniziata anni fa con “Un’ora sola ti vorrei” dove ho raccontato la mia storia privata e la perdita di mia madre, per poi proseguire con la nascita dei miei due figli e forse ora trovare un compimento. In fondo, in tutte le famiglie c’è una storia più o meno grave di depressione post partum, di sentimenti passeggeri contrastanti che la neo-mamma vive inconsciamente nei confronti del suo bambino”.

Qual è secondo te il ruolo che un padre può avere all’interno di una gravidanza e nei primi mesi di vita del proprio bambino. La sua presenza può “guarire” una donna dalla depressione.

Ai giorni nostri più che in passato il compito dell’uomo è importantissimo. I vecchi retaggi famigliari facevano sì che essi avessero un ruolo piuttosto passivo all’interno della crescita dei loro figli: era la donna che si occupava del neonato. Adesso sembrano voler essere più partecipi alla vita della famiglia, imparano a cambiare i pannolini, si alzano la notte per accudirli, permettono alle loro donne di ricominciare a prendersi cura del proprio corpo, cosa che solitamente dopo un parto risulta molto difficile per mancanza di tempo. Certo è che la società moderna non facilita questa collaborazione dell’uomo all’interno della famiglia. Prendersi un periodo di paternità significa rinunciare a più del 30% del proprio stipendio mensile e quando arriva un bambino quella percentuale non è per niente roba da poco”.

Emma, la protagonista del film, è una giovane ballerina che, scoperta la sua gravidanza entra in crisi per paura di non essere capace di controllare i suo corpo come è abituata a fare tramite la disciplina della danza. Come mai questa scelta?

La danza non è altro che una metafora della vita: il corpo della donna come la sua esistenza, in un momento come quello della gestazione viene stravolto, fatto a pezzi e non c’è possibilità di mantenerne il controllo. Bisogna solo accettare questa nuova condizione, farla propria, prenderne coscienza e capire che non c’è nulla di male in tutto ciò. Perché diventare mamma è un’esperienza forte, ma bella”.

Come si esce dalla depressione post-partum?

Chiedendo aiuto. Parlandone con persone capaci di ascoltarti e comprenderti. Non sempre chi ti sta accanto, il tuo compagno o la tua famiglia riesce a capire: molto spesso il problema si sottovaluta, non se ne percepisce la gravità. Molte delle donne che ho incontrato si sono rivolte ad associazioni, a case di maternità e si sono confrontate con educatrici. Molte di loro hanno dovuto affrontare un percorso psico terapeutico e ne son venute fuori in maniera egregia, con la voglia di condividere la loro esperienza con le altre donne, perché forse solo tra donne ci si capisce“.

Tutto parla di te sarà nelle sale a partire dal prossimo 11 aprile distribuito da BIM. Ecco una clip in esclusiva per i lettori di Leonardo.it